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a laguna posta ad ovest di Cagliari, denominata stagno di Santa Gilla o stagno di Cagliari, sin da epoche remote ha costituito per gli abitanti dei territori ad essa circostanti, un importante elemento col quale nei secoli, nel bene e nel male, ebbero a rapportarsi.
Dal punto di vista geo-morfologico, la zona dovette avere certamente un aspetto profondamente diverso da quello a noi noto (ovviamente le grandi trasformazioni risalgono tutte al secolo scorso), con una estensione notevolmente superiore (5000 ettari contro gli attuali 3000), con i due grandi affluenti, Cixerri e flumini Mannu che ai loro delta segnavano la palude con una fitta rete di canali, e con ampie zone rivierasche e numerosi isolotti, caratterizzati da terreni melmosi e folta vegetazione.
Ancor prima che la laguna potesse rappresentare, dal punto di vista economico, una importante risorsa per i vicini e spopolati villaggi, fu una costante minaccia per via delle periodiche inondazioni provocate da piogge eccezionali e dalle piene dei grandi affluenti: spesso capitava che il vento di levante e l'alta marea, impedissero il deflusso naturale dell'acqua a mare, e ciò naturalmente aggravava gli effetti dei fenomeni. Eventi talvolta disastrosi, come testimoniano anche le recenti e numerose alluvioni di questi ultimi secoli:
Da: ‘’Il sale in Italia e nell'Impero’’ a cura del dott. C. Moncada,
capitolo dell'Ing. Guido Conti-Vecchi:
‘’La salina di santa Gilla presso Cagliari’’.
Altro male, che oltre alle numerose pestilenze e calamita' naturali, doveva preoccupare la vicina Cagliari e gli abitanti di questa parte di campidano (come quelli di tutte le zone umide della Sardegna) era la cosiddetta ‘’febbre della palude’’.
La misteriosa malattia che per secoli ha mietuto vittime in tutta l'isola, altro non era che la malaria, trasportata dalla zanzara anopheles che i forti venti spingevano dappertutto, monti compresi.
La storia della malaria è purtroppo legata a doppio filo con la nostra, infatti a causa di questa malattia, debellata solo cinquanta anni fa, si ha notizia che fin dai tempi dei greci, Cicerone usava definire la Sardegna ‘’il regno della malaria’’.Le campagne antimalariche, l'uso del ’’chinino di stato’’ ed infine l'uso del DDT, importato dall'America, debellarono la malattia ancora diffusissima dopo la seconda guerra mondiale.
Gli Stati Uniti sperimentarono in Sardegna, per la prima volta in così vasta scala, l'uso del rivoluzionario insetticida, cospargendone in tutto il territorio regionale più di 5 milioni di litri ed impiegando oltre 32.000 uomini.
Anche dal punto di vista strategico militare, nella sua natura di luogo inospitale e non privo di insidie, la laguna ha rappresentato una grande opportunità per le truppe sarde che, verosimilmente, nei secoli si opposero ai popoli incursori.
L'area posta alle spalle di Cagliari, compresa tra gli abitati di Elmas, Assemini, Uta e Decimomannu
Da: "La repubblica teocratica sarda nell'alto medioevo"
di Felice Cherchi Paba.
Prosegue ancora il Paba, convinto che il toponimo di Assemini, chiamato nelle vecchie carte Arce-mine o Arxemine, derivi dalla correzione di arx-moenia, cioè fortezza cinta da mura:
La laguna, luogo inospitale, costituiva dunque un impedimento al comodo attraversamento delle aree poste alle spalle di Cagliari, ma, come dimostrano gli storici S. Gilla non era del tutto inaccessibile.
Se gli scritti di questi ultimi secoli ci confermano che in epoche recenti le sue acque non erano più profonde di 1,50-2,00 metri, a causa del continuo deposito di materiali, sabbie e fanghi, scaricati dagli affluenti,
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testimonianze storiche lasciano chiaramente intendere che molti secoli fa, la laguna poteva essere navigata, sebbene, ed è comprensibile, solo in zone prossime al mare aperto.
In località Campu Scipioni, all'altezza della attuale zona di S. Avendrace, recenti ritrovamenti lasciano supporre l'esistenza di un punto d'attracco, presumibilmente al servizio della fenicia Krly (Karaly), dove probabilmente si imbarcavano anche derrate alimentari.
Lo stesso isolotto di S. Simone, chiamato anche sa Illetta (contrazione di sa Gilletta), ha rappresentato per la antica Karalis un importante punto d'appoggio portuale, che per il riparo naturale fornito dalla laguna, garantiva dai rischi delle mareggiate.
Addentrandoci più a nord, verso le foci del Cixerri e del Flumini Mannu, dove certamente la profondità delle acque impediva l'avvicinamento di grandi imbarcazioni, non di meno è possibile l'identificazione di siti, la cui natura di porticcioli lagunari, è testimoniata da importanti ritrovamenti, per esempio: <<...l'area di Sa Turritta, dove si vedono altri resti, sulle sponde dello stagno. Si può pensare che in questo sito esistesse un porto. L'accentrarsi nella zona di molti altri resti di epoca romana, richiamati anche dal Lamarmora, avvalora questa ipotesi. Le tradizioni degli anziani di Assemini ed Elmas, ci tramandano che ’’in tempi antichi’’ nella zona di S. Inesu si trovava il porto da cui si
imbarcavano mandrie di cavalli e bovini diretti a
Cagliari. Non e' inverosimile che questo avvenisse anche in periodo romano od anche punico, data al preferenza concessa nell'antichità alle vie di trasporto per acqua rispetto a quelle terrestri.>>
Da: "Assemini, storia e società" coordinamento G. Sorgia.
E' da supporre che grazie a l'uso di barche leggerissime ed a fondo piatto, gli abitanti dei vicini villaggi, potessero spingersi in zone molto interne, anche dove oggi l'acqua è del tutto assente, salvo dopo forti piogge.
Lungo la Pedemontana del Cixerri, presso lo svincolo per Uta in zona ’’sa Tuerra de Uta’’, si ha notizia di ritrovamenti importanti che segnalerebbero l'esistenza di un piccolo molo e di attività legate al traffico di imbarcazioni.
Quasi fino ai giorni nostri, S. Gilla ha continuato a svolgere il suo ruolo di esteso crocevia, da cui, con le dovute precauzioni, era possibile raggiungere la vicina Cagliari o le più importanti zone rivierasche. Per esempio, la società Conti-Vecchi, che dal 1925 avviò l'opera di bonifica della zona occidentale della laguna per trasformarla in salina, utilizzò le acque dello stagno, dragando un canale interno, per poter trasportare agevolmente il sale dal vicino porto S. Pietro, al vicino porto di Cagliari. L'attività salinare, che nelle saline poste ad est di Cagliari era già fiorente fin dai tempi dei romani, a S. Gilla ha conosciuto un autentico rilancio solo nel nostro secolo.
Centinaia di ettari di bacini evaporanti, caselle salanti, canali, officine, laboratori e macchinari innovativi, costituivano un impianto unico in Europa per potenzialità produttive, in grado di fornire occupazione ad oltre 400 operai fissi e di esportare centinaia di migliaia di tonnellate di sale annue.
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Anche nella pesca, che in questo secolo come in periodo giudicale ed aragonese ha assunto il ruolo di attività principale, è sempre stato indispensabile potersi spostare da un punto all'altro della laguna, alla ricerca della migliore zona dove impiantare i martavelli e disporre le nasse.
Laddove abbondavano le arselle non potevano prendersi le anguille; per infiocinare gli squisiti muggini bisognava spostarsi dove l'acqua era bassa, mentre per pescare carpe o tinche diveniva indispensabile arrivare fino alle foci dei fiumi ed oltre.
Le cronache di questi inizi di secolo riportano un dato oltremodo significativo: più di 500 pescatori tutti i giorni solcavano le acque di S. Gilla.
Numerose erano anche le peschiere, che già dal 1600 venivano date in concessione dal demanio marittimo, nonostante ad ogni alluvione riportassero ingentissimi danni e la loro presenza, in parte, impedisse il deflusso delle acque dei fiumi in piena, portando a rovinosi allagamenti.
Negli anni '70, come è noto, il degrado ambientale causato dal forte inquinamento, determinò la chiusura della pesca nella laguna. I pochi pescatori che non avevano messo le tute per andare a lavorare in fabbrica dovettero cedere ed abbandonare la loro attività.
Ce da dire comunque, che se la pesca ha conosciuto periodi storici nei quali è stata poco praticata, la caccia a S. Gilla, invece è rimasta per secoli la più importante attività intrapresa dagli abitanti dei centri vicini a conferma della scarsa confidenza che il popolo sardo ha sempre avuto con mare e lagune, da cui aveva imparato ad aspettarsi poco di buono.
Quindi se i nostri avi possono a ragione definirsi modesti pescatori, non possono ugualmente dirsi modesti cacciatori. L'incredibile abbondanza di uccelli acquatici, tra cui folaghe, gallinelle d'acqua e anatidi d'ogni tipo, ha portato la caccia a radicarsi profondamente nella nostra gente.
Ancora oggi, nonostante il divieto di caccia introdotto dalla regione sarda in tutta l'area, sono frequentissimi gli episodi di bracconaggio.
Caccia, pesca, sale, hanno rappresentato per secoli, risorse importanti che S. Gilla generosamente ha offerto, ma certo non va dimenticato l'incredibile ’’emporio naturale’’ costituito dalle sue rive ed i suoi canneti: la fitta vegetazione forniva preziose materie prime per realizzare cesti, nasse, corredi da cucina (su strexiu de fenu), rafia e stuoie.
Oggi purtroppo, chi visita ‘’la grande laguna’’ scopre che tutti questi sono solamente ricordi.
L'avvento della grande industria, l'inquinamento, l'intervento di bonifica, il porto-canale, le grandi opere idrauliche ed altro ancora, sono colpi inferti a sequenza, che hanno modificato profondamente l'ecosistema e che rischiano di comprometterlo irrimediabilmente.
Gli scarichi inquinanti non sono stati del tutto eliminati, ciò nonostante la pesca è ripresa; le cooperative di pescatori lamentano la presenza di troppi ‘’abusivi’’ e contestano i politici regionali; si doveva rilanciare il compendio ittico sviluppando l'acquacoltura (ma sarebbe stata una scelta giusta?), però non un metro quadro di vasche è stato realizzato.
Da quasi 10 anni S. Gilla è come un enorme cantiere aperto, che l'area metropolitana lentamente sta soffocando.
Sarà determinante per il suo futuro, pensare seriamente ad uno sfruttamento integrato delle sue risorse. L'analisi del problema della loro valorizzazione, da diversi punti di vista, conferma la necessità di un approccio interdisciplinare, ossia di un'integrazione tra gli apporti provenienti da diverse discipline.
Modalità di produzione industriale e di consumo sempre più complesse, hanno portato per forza di cose, a problematiche ambientali a crescente complessità. Occorre riorientare i modelli di produzione e di consumo verso comportamenti meno inquinanti e distruttivi verso soluzioni tecniche ed organizzative che consentano all'economia di continuare a crescere.
Durante gli ultimi secoli l'uomo ha utilizzato le risorse naturali piegandole a se stesso come se queste fossero inesauribili e indistruttibili. Oggi non possiamo parlare di evoluzione dei sistemi economici, senza aver prima rivisto le regole produttive e di mercato, considerata una crescente esigenza di contemperare allo sviluppo la salvaguardia ambientale.
Ecco che allora si rende necessario parlare di sviluppo sostenibile, ossia a lungo termine, attraverso investimenti capaci di valorizzare al meglio le risorse disponibili riducendo l'impatto ambientale.
La qualità della vita sulla terra dipenderà strettamente dalle condizioni ambientali che sapremo creare; un loro continuo degrado lascerà un'ingiusta eredita' alle generazioni future.
Caratteri geomorfologici
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on una estensione di 4114 ettari lo stagno di s. Gilla è il più esteso e importante tra gli stagni costieri cagliaritani.
Dei 4114 ettari, 320 costituiscono le saline di Macchiareddu impiantate dalla società Contivecchi nel 1928; 676 ettari rappresentano la zona paludosa di transizione tra stagno e terra ferma; 296 ettari sono costituiti da isole interne alla stagno.
La profondità media nelle zone più lontane alla riva e di metri 1,2, mentre nella parte più a nord la profondità media si riduce a 0,7 metri. L’età dello stagno risale all’ultimo periodo dell’era quaternaria. La sua genesi è da attribuire all’invasione di acqua marina su una depressione di origine in parte fluviale ed in parte per subsidenza del fondo. La parte prospiciente il mare è attualmente sbarrata da un cordone litoraneo sabbioso.
La maggior parte dei sondaggi effettuati e riporta la seguente sequenza di strati: depositi marini e salmastri tirreniani alla base, sovrastati dalla panchina tirreniana a faces litoranea o di stagno, in fine nella parte più alta argille melmose d’ambiente fluviale o salmastre.
Dopo l’ingressione marina tirreniana (80.000 anni fa), in seguito alla formazione di vastissime calotte di ghiaccio sulla terra ferma (glaciale wurmiano di 30.000 anni fa), il livello del mare si abbassò. Questo fece si che i corsi d’acqua dovettero scavare profonde valli per raggiungerlo quando più tardi, in seguito allo scioglimento dei ghiacciai, il livello del mare risalì le valli fluviali furono colmate con ciottoli, sabbie, e fanghi.
Dal tirreniano, probabile epoca di formazione, questo stagno si è evoluto in modo naturale. Soltanto in epoca storica ed ancor più negli ultimi centocinquanta anni, la sua evoluzione è stata fortemente condizionata da fattori antropici.
Questa evoluzione e documentata dai rilievi cartografici presentati a partire dal 1826, anno del primo rilievo ufficiale.
Dal 1834 al 1885 la superficie umida e’ passata da 3910 ettari a 3802 ettari con una contrazione di 108 ettari (3% del totale). Questa contrazione ha interessato principalmente le zone in corrispondenza delle foci del Flumini Mannu e Cixerri senza interessare la superficie delle isole maggiori.
Dal 1895 al 1958 la superficie dello stagno è passata da 3802 ettari a 3222 ettari con una variazione di 581 ettari (15% del totale). Anche in questo periodo di tempo la superficie interrata è ubicata in prossimità delle foci, anche se si assiste ad un aumento di 24 ettari delle isole maggiori.
Pertanto quantitativamente le variazioni più importanti sono avvenute in seguito all’accumulo di materiali alluvionali trasportati dal flumini Mannu e riu Cixerri. In passato, le alluvioni di questi due fiumi, depositavano il materiale fluviale nelle campagne di Uta, Decimomannu, Assemini ed Elmas. La costruzione di due canali a pochi chilometri dalla foce, ha impedito il naturale deflusso di questo materiale, che riversandosi nello stagno, ne ha progressivamente ridotto la superficie.
L'uomo, le opere, la laguna.
Epoca nuragica - numerose stazioni nuragiche, individuate nei territori di Elmas, Assemini, Capoterra, testimoniano l'esistenza di comunità che avevano scelto le zone vicine la laguna per le possibilità di caccia e pesca che questa offriva. Sebbene attualmente questi siti risultino non vicinissimi alle rive, c'è da considerare che S. Gilla in queste epoche, doveva essere molto più vasta, con acquitrini che si spingevano parecchio verso l'interno della pianura.
VIII-VII sec. a.C. - viene fondata la città di Krly, Karaly, nei pressi dell'attuale piazza S. Avendrace.
Negli scavi effettuati dagli archeologi, si sono individuate case, luoghi di culto, officine, cisterne.
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Epoca romana - fu realizzata dai romani, una delle più importanti strade isolane, la via che collegava Karalis – Nora - Bithia, fino al profondo Sulcis.
Medio evo - sulla sponda est della laguna, (all'altezza del sottopasso ferroviario di S. Avendrace), viene fondata la città di S. Igia, importante sede episcopale e giudicale, che si estendeva sino a sa Illetta.
Risale presumibilmente a quest'epoca la realizzazione delle prime saline, a ponente di Karalis, lungo la antica strada della Playa. Fino al xv° sec. ne esisteranno solo tre: la salina di S. Pietro, del Giorgino, della Maddalena.
XI-XII sec.- Presso sa Illetta fu edificata la chiesetta di S. Simone.
Nei pressi dell’attuale viale Trieste a Cagliari viene edificata la chiesa di San Pietro de Pescatore che al tempo era quasi lambita dalle acque della laguna. L’edificio è ancora oggi aperto al culto e visitabile.
Nei pressi dell’area dell’attuale aeroporto, al centro dell’antico villaggio di Similia si edifica ad opera dei monaci vittorini la chiesa di S.Caterina oggi chiusa entro il recinto di una fattoria; ad Assemini l’oratorio bizantino di S.Giovanni ad Uta la bella chiesa romanica di S.Maria.
Fine XVI sec. - vennero realizzate, lungo il cordone dunale, 7 nuove bocche di collegamento col mare che andarono ad aggiungersi alle altre 2 esistenti, quelle della Scaffa e della Maddalena. La strada per Teulada venne dotata di rudimentali ponti in legno, e il demanio marittimo, intenzionato a rilanciare la pesca in laguna, diede in concessione 7 nuove peschiere che alimentavano i loro canali dalle nuove bocche. Si trattava delle peschiere: pischeredda, pontixeddu, su fundali, cortilonga, pontibecciu, pontinou e maramura.
XVII-XVIII sec. - Sa Illetta diviene proprietà della famiglia dei Cervellò, di antiche origini catalane. Una discendente, la marchesa de Las Conquistas edifica sull’isola un palazzetto ed altri fabbricati agricoli nel mezzo della tenuta, tra vigneti e campi di grano.
Fine XVIII sec - attraverso alcuni atti dell'archivio comunale di Cagliari, si ha notizia di opere di interrimento di zone rivierasche della laguna, conseguenti a regolari autorizzazioni comunali. Le aree interessate risulterebbero quelle prossime al piazzale ferroviario di via S. Paolo.
Anno 1883 - hanno inizio i lavori della ferrovia che collegherà Cagliari a Terranova (l'attuale Olbia).
Anno 1879 - con delibera del 8 gennaio 1879 il consiglio comunale di Cagliari delibera l'espropriazione dei terreni per la costruzione della strada della Playa (la futura SS. 195), che inizieranno di li a poco.
Anno 1904 - in seguito alla paurosa alluvione del 1892 ed ai gravi danni riportati dai centri abitati del bacino meridionale dei fiumi Cixerri e Flumini Mannu, si avviano le opere relative alla loro arginatura.
Anno 1918 - nei pressi di Sant’Avendrace si realizza la fabbrica di cementi Portland che in buona parte verranno utilizzati per la diga in costruzione sul Tirso.
Anni 1920-1927 - si avvia la prima delle importanti trasformazioni della laguna. Luigi Conti-Vecchi, usufruendo di una ”congrua integrazione finanziaria dello stato’’ realizza un enorme intervento di sistemazione idraulica e di bonifica ( oltre 2000 ettari ), realizzando, quella che diventerà una delle saline più moderne e produttive d'Europa.
A causa di tali opere, la laguna risulta divisa in tre parti:
· stagno di Capoterra, alimentato dal rio S. Lucia all'estremità sud-occidentale;
· le saline Conti-Vecchi, alimentate da un'idrovora situata al ponte vecchio;
· la laguna di S. Gilla corrispondente alla rimanente parte.
In questi anni la produzione ittica di S.Gilla si attesta fra i 15 e 20 mila quintali annui.
Più o meno negli stessi anni (1924) sorge la centrale Enel di S.Gilla ad opera del Gruppo Elettrico Sardo che produrrà energia fino a metà degli anni ’50. Recentemente riconvertita ad un uso sperimentale, conta due unità termoelettriche completamente dedicate all’uso di nuove tecnologie per la riduzione di inquinanti nella produzione energetica.
Nasce lo stabilimento di fertilizzanti della Montedison oggi diventato sede della Città Mercato S.Gilla.
Anno 1953 - dopo essere stato utilizzato come idroscalo (anni ’20) e poi come aeroporto militare nel corso dell'ultima guerra, partono i lavori di costruzione della primo aeroporto di Cagliari-Elmas. Vi atterreranno i DC3 delle prime linee aeree italiane: linea Airone e L.A.I..
Anno 1962 - nell'anno 1953 viene emanata la legge regionale per l'istituzione di zone industriali nell'isola e nel 1957 è approvata la legge nazionale che favorisce la costituzione di aree industriali nel mezzogiorno.
Il 12 giugno 1961 nasce il consorzio per l'area di sviluppo industriale di Cagliari, il cui relativo decreto viene emanato il 12 gennaio 1962.
Un'altra tappa fondamentale nella storia della laguna si ha quindi con l'avvento della grande industria. Nell'anno 1962, dopo l'approvazione del piano di rinascita dell'isola, su un'area di 200 ettari, sulla riva occidentale dello stagno, iniziano i lavori di costruzione degli impianti della Rumianca, colosso chimico che rappresenta il primo grande passo verso il rilancio della nostra economia.
Segue l'impianto di altre industrie: Gcr, Selpa, Fluor-Sid, Sanac, Tessil-Rama ed altre.
Anno 1963 – il CASIC realizza il primo lotto di lavori relativo alla realizzazione dell’acquedotto industriale.
Anno 1965 - la laguna è inserita nella lista delle zone umide di importanza internazionale.
Anno 1967 - viene elaborato il Piano Regolatore dell’Area di Sviluppo Industriale di Cagliari che sta sorgendo a ridosso della laguna.
Anno 1971 - a Ramsar in Iran viene adottata la Convenzione Internazionale per la protezione delle zone umide: la laguna di S.Gilla è tra le zone ritenute meritevoli di tutela.
Nello stesso anno il CNR denuncia l’inquinamento chimico della laguna.
Anno 1974 - l'avvento della grande industria (ma anche la grande espansione urbana) ha causato gravissimi danni all'ambiente. Per via degli scarichi inquinanti che sistematicamente da anni vengono riversati sulla laguna, da S.Gilla si diffonde una pericolosa epidemia di colera e perciò verrà chiusa alla pesca.
Le analisi delle acque segnalano anche la presenza di sostanze pericolose quali mercurio e piombo. Indagini più approfondite accerteranno la presenza di circa 26 tonnellate di veleni e metalli pesanti.
Si stanno per completare i lavori per la realizzazione della più importante arteria viaria dell’area industriale: la dorsale consortile.
Anno 1975 - viene inaugurato il nuovo ponte della Scaffa che costituirà una delle più importanti infrastrutture al servizio della città e del nuovo porto-canale.
Anno 1977 - incominciano i lavori relativi al nuovo porto-canale di Cagliari, che verranno completati dopo 23 anni.
Il progetto originario, prevedeva un insieme faraonico di opere che avrebbero portato le navi mercantili alle porte di Assemini, con dei risultati dal punto di vista ambientale difficilmente immaginabili.
Fortunatamente, si fa per dire, quest'opera è stata realizzata solo in parte, ma il risultato finale solo per quantità, non certo per qualità, differisce dalle previsioni del progetto originario: è stato profondamente modificato l'assetto morfologico di parte della laguna; sono scomparse l'isola de is Fraris, l'isola de is Figumoriscas; mentre l'isola di S. Simone è stata ridotta in estensione ed unita alla terraferma.
Circa 800 ettari interessati dall'intervento, hanno visto l'interrimento di centinaia di ettari di laguna e salina, infrastrutture e servizi e una nuova viabilità: la vecchia strada per Teulada, interrotta dal canale navigabile, è stata sostituita da una a doppia carreggiata che costeggia tutta l'area portuale.
Ad ovest delle saline, in seguito ad accordi tra le parti, il CASIC ha compensato l'esproprio alla società Conti-Vecchi, con la donazione di 360 ettari di vasche evaporanti attrezzate.

Anno 1978- il Ministero dell’Ambiente vincola 4000 ettari ad area protetta e la Regione Sarda, con la legge n°32, istituisce 5000 ettari di oasi di protezione faunistica permanente.
Anno 1979 - il CASIC elabora il progetto di espansione dell’area industriale nella zona di Elmas sulla riva est della laguna.
Anno 1980 - si inaugura la nuova aerostazione di Cagliari-Elmas.
Anno 1983 - nei pressi della loc. "Terr'e Olia" vicino Capoterra, entra in funzione il depuratore dei reflui industriali delle fabbriche di Macchiareddu ed Elmas. E' previsto anche il collegamento di alcuni comuni contermini.
Si tratta del primo intervento della cosiddetta piattaforma polifunzionale, al servizio della città di Cagliari, dell’hinterland e delle industrie, costituito da inceneritore di rifiuti solidi urbani e industriali, impianto di inertizzazione dei rifiuti tossici e nocivi, ed un terzo impianto inceneritore.
Anno 1986 - si avvia la bonifica della laguna. La regione Sardegna predispone un progetto per la salvaguardia ed il recupero dell'ecosistema. Si realizzano opere di regolazione del regime delle acque dolci immesse dai grossi emissari e delle acque marine, necessarie a rivitalizzare l'assetto della laguna, in funzione anche di un rilancio della produzione ittica (soprattutto allevamenti semintensivi e mitilicoltura).
Il flumini Mannu ed il Cixerri, nonché il canale di Terramaini, vengono intercettati alle foci, e mediante opere idrauliche, deviati fino a scaricare le loro acque in una porzione isolata di laguna, a sud, e di qui direttamente al canale del nuovo porto.
In sostanza le cause di inquinamento, cioè gli scarichi fognari ed industriali presenti nelle acque dei fiumi, responsabili certamente della epidemia di colera del 1974, non vengono eliminati alla fonte, ma solamente allontanati dalla parte produttiva della laguna.
Un altro canale realizzato sul versante orientale dello stagno, raccoglie le acque di scarico della centrale Enel di S. Avendrace, scaricandole in mare aperto all'altezza del nuovo molo di ponente.
L'operazione più importante consiste però nella bonifica della laguna inquinata. Viene dragato il fondale ed asportato uno strato di materiale che verrà man mano accumulato in una enorme colmata.
Circa 400 ettari di laguna verranno sacrificati, e secondo il progetto, destinati ad accogliere le cosiddette vasche pensili per acquacoltura: vista la quota di questa colmata, sarà indispensabile pompare l'acqua di mare mediante apposite idrovore e regolarne il regime.
Questa parte del progetto non e' ancora realizzata, l'area si presenta come un cantiere aperto e la colmata, deserta, conserva il suo inquietante aspetto lunare. Sono stati spesi circa 150 miliardi.
A distanza di anni le frequenti giornate di maestrale stanno causando la progressiva erosione della colmata, che non è stata mai stabilizzata con terra di riporto, col risultato che i fanghi inquinati stanno ritornando in laguna sotto forma di polveri.
Anno 1987 - il Consorzio di Bonifica della Sardegna Meridionale affida i lavori di sistemazione idraulica della foce del rio Santa Lucia nei pressi di Capoterra: li eseguirà l’impresa Dipenta.
Anno 1989 – la Regione Sarda realizza presso Sa Illetta le strutture a supporto dell’attività di acquacoltura che saranno affidate ai concessionari della pesca in laguna. Si tratta di opere ed impianti sia a terra che a mare: stabulario, schiuditoio, lavoriero e long-line per la mitilicoltura.
Anno 1990 - si realizza la nuova strada a scorrimento veloce che collega il porto di Cagliari con l'aeroporto di Elmas.
La Regione investe 90 miliardi per la realizzazione di un canale navigabile in laguna, per le emergenze aeroportuali.
Anno 1995 - sempre all'interno del progetto per la realizzazione del porto-canale, è stato realizzato un elettrodotto su tralicci metallici, che attraversando alcuni bacini evaporanti della salina, porterà l'energia elettrica dalla centrale turbo-gas dell’Enel di Macchiareddu al porto.
L'intervento complessivo ha visto la realizzazione di un rilevato stradale parallelo all'elettrodotto, destinato, secondo i programmi del consorzio, a diventare la sede di una nuova arteria che collegherà la SS. 195 alla zona industriale. Tutto questo nonostante esista già una strada consortile, che attraversa da nord a sud l'area industriale, addirittura sovvradimensionata.
E' prevista inoltre la realizzazione di una linea ferroviaria, parallela a questa nuova strada, che dovrebbe collegare, Decimomannu, la zona industriale e il porto canale.
Lungo la strada dorsale dell'agglomerato di Macchiareddu, affiancato al depuratore fognario del consorzio industriale, entra in funzione l'inceneritore dei rifiuti solidi urbani (per il bacino 1 del piano regionale) che dovrebbe trattare, secondo progetto, 182 mila tonn./anno di rifiuti.
Lungo la sponda ovest della laguna entra in funzione un impianto di incenerimento per rifiuti speciali che l’Enichem utilizzerà per la bonifica della grande discarica di peci clorurate.
Anno 1996 - dopo un anno di lavoro si concretizzano gli sforzi delle amministrazioni di Elmas, Assemini, Cagliari e Capoterra che si associano per dare vita al Progetto Life Natura “Gilia” cofinanziato dalla Comunità Europea. Il programma di valorizzazione ambientale si fonda sulla volontà di costituire una Riserva Naturale di interesse internazionale.
Parallelamente un altro importante progetto prenderà vita in questi anni: il Piano Integrato d’Area “S.Gilla”. Si tratta di un piano di investimenti pubblico-privato di nuova concezione, finalizzato alla gestione della risorsa laguna mediante attività produttive, servizi e opere di varia natura, tra loro compatibili.
Nello stesso anno un grave caso di inquinamento viene denunciato alle autorità: durante dei lavori nello stabilimento Bridgestone Metalpha Corporation (ex Gencord) nell’area industriale di Macchiareddu viene scoperta una discarica interrata di fanghi, contenenti piombo e rame in quantità elevate. Si stimano circa 52 mila tonnellate di rifiuti tossici.
Anno 1998 – al fine di porre un freno al fenomeno dell’abusivismo, per decreto dell’Assessore Regionale all’Ambiente si concede in esclusiva al Consorzio Ittico S.Gilla (costituito dalle cooperative La Peschereccia e Consarpesca di Cagliari) la possibilità di praticare la pesca in laguna. La decisione suscita forti malumori tra gli esclusi e perplessità negli ambienti politici.
Anno 1999 – iniziano i lavori di realizzazione del terzo forno nell’impianto di termodistruzione dei rifiuti del Tecnocasic a Macchiareddu. L’importante opera attesa da tempo, attenuerà l’emergenza rifiuti che da anni attanaglia l’area vasta di Cagliari. Il completamento dei lavori è previsto per il 2001.
Intanto si comincia a pensare ad una nuova discarica che accolga le ceneri di trattamento, che potrebbe sorgere a pochi chilometri da S.Gilla. Gli eventi alluvionali del 12-13-14 novembre i cui effetti si sono fatti sentire anche in laguna, spingono le Amministrazioni di Uta e Assemini a schierarsi contro questa ipotesi.
Si avvia il progetto di sperimentazione della gambericoltura con un investimento iniziale di 350 milioni finanziati dalla Provincia di Cagliari. L’impianto avviato dal Consorzio Ittico S.Gilla conta due grandi vasconi con arginature in terra ed inerti, realizzati sul versante occidentale della grande colmata.
Anno 2000 – possono finalmente dirsi conclusi i lavori per la realizzazione del nuovo porto-canale di Cagliari. Con delle spettacolari operazione via mare, mai effettuate in Italia, sono state trasportate da Savona in tre giorni di navigazione le gigantesche gru che movimenteranno i container in arrivo nell’isola. Questi colossi alti 50 mt. sono arrivati già montati dai cantieri liguri, trasportati da grandi chiatte trainate da potenti rimorchiatori.
Le saline della Sardegna: brevi cenni storici.
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fin dai tempi più antichi che, date le condizioni climatiche favorevoli ed il gran numero di stagni presenti nell'isola, il popolo sardo ha raccolto il sale.
Il maggior sviluppo si ebbe: nella parte occidentale del golfo dell'Asinara, la zona intorno a Capu Mannu, il fondo del golfo di Palmas, la parte centro-occidentale del golfo di Cagliari, il litorale di fronte a Muravera, quello dinanzi a Posada e la parte meridionale del golfo di Olbia.
I fenici, quanto i Cartaginesi, trovarono questa attività già diffusa, la svilupparono e la industrializzarono, imbarcando il prodotto ed esportandolo, tanto che esso rappresentò una delle derrate principali del loro commercio.
Ma in assoluto, i maggiori sfruttatori delle saline sarde, furono i romani, i quali affidarono il loro sfruttamento, addirittura ad una società. Probabilmente dopo la caduta dell'impero, l'invasione dei vandali, il dominio bizantino, le scorrerie dei pirati saraceni ed il conseguente decadimento del porto di Cagliari l'industria salifera subì una contrazione.
Con l'arrivo dei genovesi e dei pisani i traffici marittimi ripresero e con essi i commerci in generale, mentre sotto il dominio aragonese (iniziato nel 1323) le saline divennero demaniali ed in parte feudali.
Nel gennaio 1491, con Ferdinando II vennero monopolizzate: il nuovo regolamento prevedeva che tutto il sale prodotto nel regno di Sardegna fosse di proprietà del re e che dovesse essere venduto ad un prezzo unico.
Al principio del XVI secolo esistevano le seguenti saline:
- le saline di Cagliari così distinte: ad oriente quelle intorno a Quartu (dette in complesso regie saline di Cebolla) ed alcune verso il lazzaretto; ad occidente quelle poste sulla striscia di terra tra la laguna di S. Gilla e il mare tutte appartenenti a privati e le piccole saline di Teulada.
- le saline del golfo di Palmas, di fronte all'isola di S. Antioco.
- le saline di Oristano comprendenti quelle di Cabu Mannu e Pauli Pirastu ad oriente e quelle di Terralba più a sud.
- le saline di Alghero nell'estremità nord-orientale dello stagno Calich.
- le saline del sassarese.
- le saline della Gallura.
- le saline delle baronie e dell'Ogliastra.
Nell'ultimo quarto del XVIII secolo si cominciarono ad esentare dal servizio obbligatorio delle “chiamate”, le ville più distanti di 6 ore e mezza di strada dalle saline, affiancando alla mano d'opera dei "villani" quella dei carcerati.
Solo nel 1836, Carlo Alberto emanò un decreto che abolì definitivamente la servitù verso le saline.
A partire dal 1834 tutti gli stagni saliferi furono ridotti in mani regie e lo stato concentrò la sua produzione solo sulle saline di Cagliari e Carloforte.
Dal 1852 al 1882 queste ultime vennero gestite dalla società franco-italiana che aveva l'obbligo di soddisfare le esigenze del governo e di esportare tutto il rimanente.
Dal 1900 la gestione passò direttamente nelle mani dello stato.
Attualmente le saline regolarmente funzionanti sono tre: le saline di S.Gilla, le saline del golfo di Palmas e quelle Carloforte nell'isola di S. Pietro.
La salina di Santa Gilla.
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a salina di S. Gilla sorge sulla laguna omonima ad occidente del porto di Cagliari su un vasto specchio d'acqua di circa 1500 ha. Essa viene gestita dalla ‘’Luigi Contivecchi s.p.a.’’ (che dal 1974 appartiene alla Sir), rappresenta la seconda tra le saline del nostro paese ed è l'unica dove si sfruttano le "acque madri" per ottenerne una gamma di sottoprodotti particolarmente richiesti in campo industriale ed agricolo. Infatti oltre al cloruro di sodio si estrae:
- solfato di magnesio:
- grezzo per uso agricolo e per materiale da costruzione leggeri
- raffinato: in diversi modi, fino alla cristallizzazione per uso farmaceutico;
- cloruro di magnesio: utilizzato per i cementi magnesiaci, per la produzione del magnesio metallico;
- un fertilizzante potassico magnesiaco denominato potassa di Sardegna che in seguito a determinati processi consente di ottenere la kalite;
- il bromo necessario alle industrie e alla difesa.
La nascita della salina si può ricollegare al risanamento operato sullo stagno di S. Gilla che nei primi decenni del novecento aveva raggiunto uno "stato di degrado" difficilmente eguagliabile. Il suo recupero si rivelò doveroso, sia per l'importanza che esso aveva avuto in passato (otto-novecento anni prima di cristo i fenici v'installarono un porto e prima del mille nel suo versante orientale sorse il borgo di S. Igia che, sino al 1258, fu sede del giudicato dei pisani prima di essere raso al suolo), sia perché da secoli aveva assicurato a Cagliari e ai paesi limitrofi un considerevole rifornimento alimentare con la pesca di pagelli, spigole, triglie, calamari, sogliole, molluschi ecc.
L'attività ittica nello stagno fu fiorentissima dal trecento al cinquecento; in seguito cominciò a scemare un po’ per l'ignoranza degli stessi pescatori che impiegando strumenti proibiti distruggevano il novellame, ma principalmente a causa del progressivo interramento dovuto all'accumularsi dei detriti trasportati dal fiume Mannu e Cixerri a nord e dai due torrenti Imboni e S. Lucia a sud. Inoltre gli scarsi collegamenti con il mare aperto rendevano difficile il ricambio tra le acque dolci e quelle salate con il conseguente loro impoverimento e l'avanzata della terra lungo le sponde fece si che i bassifondi con melma, vegetazione palustre e banchi di alghe si estendessero a dismisura.
L'alternarsi delle piene invernali e dei periodi di siccità estiva, sconvolsero decisamente il suo aspetto e tra la brulla vegetazione si aprivano pozze di acqua putrida sede ideale per le anofele. Divenne quindi una laguna pericolosa per la salute degli abitanti di Cagliari e dei paesi circostanti. Ma le autorità non sembravano interessate al suo risanamento.
Con i decreti legge dell'8 agosto 1918 e 23 marzo 1919, si diede la possibilità ai privati di avere delle concessioni di bonifica di I° categoria. Fu così che l'ing. Luigi Contivecchi, direttore generale della ‘’compagnia reale delle ferrovie sarde’’, pensò di sfruttare queste acque creando una grande salina. Il piano fu presentato alla commissione centrale per le bonifiche ed illustrato in 3 scritti:
- proposta di bonifica dello stagno di Cagliari (dalla rivista l'Industria del 1918);
- bonifica dello stagno di S. Gilla (opuscolo pubblicato nel 1919);
- impianto di salina con lavorazione delle acque madri nello stagno di Cagliari ("giornale di chimica industriale" del 1919).
L'11 marzo 1919, presso il municipio di Cagliari, in una pubblica conferenza, l'ing.Contivecchi presentò il progetto che era senz'altro interessante e all'avanguardia. Non si trattava infatti solamente di recuperare la laguna, ma anche di dare occupazione a centinaia di lavoratori fissi e stagionali. Esso prevedeva una bonifica su una superficie totale di circa 5000 ha, di cui 4000 in laguna e 1000 sulle sponde. Sarebbe stata divisa in 3 zone: quella centrale di circa 2200 ha riservata alla salina, più due laterali. Nella parte mediana, attraverso la sommersione con acqua di mare di circa 1550 ha di laguna, si sarebbero alimentati i bacini di evaporazione. La massa liquida avrebbe proceduto per circa 20 km. a zig-zag, riducendosi via via di volume e facendo quindi aumentare la salinità per effetto dell'evaporazione. L'ingegnere pensò ad un'area di circa 300 ha da attrezzare tra portu Santadi e Tuerra e delle caselle salanti che disposte a gradoni consentivano il recupero dei diversi tipi di sale. Il processo si concludeva con l'utilizzazione delle acque residue, dette "acque madri" dalle quali si potevano ricavare dei sali speciali. Completavano l'opera la costruzione di un'officina meccanica, una elettrica, una falegnameria ed una piccola ferrovia a binari mobili per il trasporto del sale con dei vagoni.
Per la zona restante, situata a ponente e che riguardava un'area di circa 220 ha, il progetto prevedeva degli interventi per l’eliminazione dei bassifondi attraverso una serie di colmate, l'aumento dei fondali di almeno un metro e il rafforzamento delle sponde del rio S. Lucia. A levante invece, la zona era più vasta (circa 2000 ha) e si pensò all'apertura di un canale e di un varco litoraneo a ridosso della scafa per far si che le acque del rio Mannu e del Cixerri arrivassero al mare nel periodo di piena. Si rendeva poi necessario dragare il fondo e isolare la salina con la realizzazione di un robusto argine avente lo scopo d'impedire che le acque dei due fiumi potessero circolare liberamente nello stagno. Tale progetto era quindi di enorme grandezza e non mancarono certo degli oppositori. Il "comitato nazionale scientifico tecnico per lo sviluppo e l'incremento dell'industria italiana" inviò una lunga serie di lettere di critica al sindaco e lo zoologo Ermanno Giglio Tos, nostro docente universitario, diede alla stampa un opuscolo intitolato ‘’Una grave minaccia per Cagliari’’.
Sostanzialmente si sosteneva che il progetto, non fornendo delle precise garanzie, avrebbe sicuramente rovinato l'attività della pesca, una delle poche della città. Ma la commissione centrale per le bonifiche, il 28 febbraio 1920 decise di approvare il progetto dell'ing. Contivecchi ed il 29 luglio 1921 venne stipulata una convenzione con la quale lo stato gli concedeva l'esecuzione della bonifica dello stagno di S. Gilla e l'uso dello specchio d'acqua e di ogni altra proprietà demaniale all'interno della zona indicata, il tutto per un periodo di
anni novanta dal giorno in cui l'impianto industriale sarebbe stato efficiente. Inoltre le opere, considerate evidentemente di pubblica utilità, si sarebbero realizzate con l'apporto di una integrazione finanziaria dello stato: una legge del 20 agosto 1921 approvò la convenzione suddetta. Iniziarono cosi', con enorme interesse da parte dell'opinione pubblica, i grandi lavori sotto la direzione dell'ing. Bartolomeo Figari.
Purtroppo l'ing. Contivecchi non ebbe la possibilità di assistere alla raccolta del primo sale perché morì a Roma il 26 febbraio 1927. Con atto redatto il 7 gennaio 1929 dal notaio Ramiro Volpe di Roma, vennero nominati suoi eredi il figlio ing. Guido e le nipoti Bianca, Maria e Raffaella, attraverso la costituzione della ‘’società omonima Luigi Contivecchi’’.
Fin dall'inizio della sua attività (1927), la salina cominciò a produrre a ritmi elevatissimi vendendo i suoi prodotti sia in Italia che all'estero (America del sud, Canada e Islanda) e superando di gran lunga anche quelle gestite dallo stato. Le tecniche e le attrezzature erano abbastanza all'avanguardia; vi lavoravano circa 400 operai fissi, residenti nei paesi vicini, che avevano il compito di controllare con particolari strumenti la densità dell'acqua. Essi venivano chiamati ‘’salinieri’’ e svolgevano queste mansioni lungo gli arginelli dei bacini di evaporazione a piedi o in bicicletta. Nel periodo della raccolta del sale (che si svolgeva in agosto settembre), prestavano la loro attività anche un migliaio di manovali stagionali organizzati in cooperative di ‘’attelatori’’ e ‘’carriolanti’’ che avevano il compito di estrarre il sale, sistemarlo in piccoli cumuli e poi in piramidi.
Le caselle salanti ricolme di cloruro di sodio venivano private della crosta salina attraverso la zappatura con dei picconi, venivano poi divise in strisce di 6 metri di larghezza all'interno della quale un manovale armato di pala elevava cumuli di 3 mc. Successivamente le squadre dei carriolanti, costituite da 20-25 elementi, penetravano nelle caselle e, con l'utilizzo di piccole pale, riempivano velocemente la carriola che conteneva 50 kg. di sale. Una volta ricolma, la spingevano su una stradina di tavole sostenuta da cavalletti, sino alla tramoggia di un nastro mobile che si trovava a 2 MT. di altezza ed accumulava il sale in piramidi. Si trattava di un lavoro molto faticoso ma per la gente del posto rappresentava l'unica possibilità di lavoro.
Una volta raccolto, il sale veniva trasportato con trattore a ruote piene e motore a testa calda (doveva essere riscaldato affinché potesse partire), presso il porto di S. Pietro. Qui veniva caricato su dei barconi in cemento, legno o ferro che venivano trainati da dei rimorchiatori fino al porto di Cagliari per essere poi ricaricato su dei mercantili.
La salina offriva anche dei punti di svago; si era infatti creata una piccola borgata costituita da cinque palazzine per i proprietari e i dirigenti, una ventina di case per gli operai, la scuola elementare, uno spaccio, la chiesetta, una foresteria per i tecnici e il dopolavoro che organizzava tornei di carte, partite di bocce, gite ecc. Anche il servizio di nettezza urbana era garantito per mezzo di un carretto trainato da un'asina: accanto alla borgata vi era poi una vasta tenuta agricola coltivata a grano, vigna, ortaggi, frutteto e un boschetto di eucaliptus che forniva il legname necessario ad attrezzare i bacini di evaporazione delle caselle. Ma a causa della guerra, a partire dal 1943, la salina e la borgata si svuotarono facendo saltare anche la raccolta del sale per parecchi mesi. Si riprese a fatica dal 1944 ed i problemi erano molti: dalle difficoltà nei collegamenti con la penisola, alla mancanza di pezzi di ricambio e di utensili. Nel giro di qualche anno si riuscì, nonostante l'ing. Guido Contivecchi fosse morto, a riprendere l'attività a pieno ritmo: purtroppo contrasti all'interno del consiglio di amministrazione tra i Contivecchi (maggiori azionisti della società) ed il gruppo minore capeggiato dal prof. Luigi Galimberti si conclusero nel '53-'54 con la vittoria dei secondi. Fu la fine dell'azienda agricola e della borgata ma l'inizio di un processo di rinnovamento tecnologico con l'introduzione della meccanizzazione. Il piccone venne sostituito da delle macchine zappatrici a motore; i camion presero il posto del trattore, i carriolanti vennero sostituiti da dei nastri trasportatori che riversavano il sale dai cumuli ad un contenitore alloggiato ai bordi delle caselle e infine l'attellatura venne sostituita da macchine raccoglitrici. Anche se le esportazioni riguardavano sempre grossi quantitativi e l'attività era fiorente, i problemi non erano ancora terminati. Infatti la Sir (società proprietaria della Rumianca che acquistava grossi quantitativi di cloruro di sodio per la produzione di una materia plastica denominata pvc), riuscì ad acquistare la salina nonostante la resistenza dei Galimberti e degli ecologisti che proteggevano gli uccelli che popolavano la laguna, era il 1974.
Da allora la salina viene gestita in maniera tale da ottenere sempre dei quantitativi considerevoli di sale e sottoprodotti (compresi quelli cosiddetti di scarto come il sale che viene raschiato e poi venduto all'A.N.A.S. e alla società autostrade).
Gli interventi per la modernizzazione della struttura sono continui e si cerca quindi di tenersi al passo con le novità che periodicamente vengono messe a punto in campo mondiale. E' importante sottolineare infine, che con un accordo stipulato alla luce della convenzione di Ramsar, per la protezione delle aree umide, la società ha ceduto 500 ha di terreno al consorzio industriale di Cagliari in cambio di una zona attrezzata verso Capoterra.
da: ‘’Almanacco di Cagliari’’ articolo di Carlo Pibiri,. del 1984
‘’Memorie di geografia economica’’ vol. III di Alberto Mori.
‘’Il sale in Italia e nell'impero’’ a cura del Dr. C. .Moncada.
‘’Il sale comune e le saline marittime in Sardegna’’
(‘’Estratto mediterranea’’ - anno I° n.3).
ANALISI DELLA MOBILITA’ ATTORNO ALLA LAGUNA
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a laguna di S. Gilla, una delle più importanti zone umide della Sardegna, ha un’estensione di circa 40 kmq e si trova al sud della regione, a ovest della città di Cagliari. E’ quindi geograficamente posizionata nell’area più densamente popolata della Sardegna. Ciò può farci capire come l’aspetto originario dello stagno si sia evoluto nel tempo a causa della concentrazione di attività industriali (agglomerato di Macchiareddu), dell’attrattiva offerta dal capoluogo in termini di servizi (scuole, sedi di lavoro, attività commerciali) e di scambi commerciali (strade di grande comunicazione come la SS. 131, SS. 130, SS. 195, la ferrovia, l’aeroporto, il porto e infine il porto canale).
Sarebbe comunque opportuno operare secondo criteri di progettazione integrata, cioè coordinando i molteplici interventi sull’area (di tipo commerciale, turistico, ambientale, ingegneristico, ecc...). Lo sviluppo dell’insediamento urbano e industriale coinvolge con forme di impatto sempre più pesanti una delle componenti più caratteristiche del paesaggio cagliaritano, costituita dal complesso naturalistico delle zone umide.
La laguna quindi rappresenta quel “provvidenziale” schermo che rende impossibile la saldatura della città con il suo agglomerato industriale.
I sistemi ambientali del Molentargius e dello stagno di S. Gilla rappresentano una risorsa naturalistica e produttiva (estrazione del sale) sottoposta ad un’erosione continua, la cui tutela e valorizzazione dovranno essere assunte come obiettivi cospicui nelle ipotesi di pianificazione territoriale della conurbazione.
I dati quantitativi più recenti, relativi alla dinamica di sviluppo della conurbazione, segnalano evidenti le linee di tendenza della ridistribuzione di popolazione: il capoluogo con un incremento demografico di appena il 4% (rispetto al 10% della provincia ed al 15% dell’area urbana) perde la preminente capacità di attrarre nuova popolazione residente, soprattutto per l’esaurimento delle aree edificabili. Lo sviluppo residenziale coinvolge quindi pesantemente altri comuni dell’area urbana (Quartu e Selargius con il 44% di incremento della popolazione) e quelli della seconda corona. In particolare la crescita di alcuni centri (Capoterra, Sinnai, Assemini, Sestu, Maracalagonis) contribuisce ad accentuare gli squilibranti fenomeni di addensamento della struttura insediativa (circa il 50% della popolazione provinciale risiede nell’area urbana di Cagliari) dove più alta è l’offerta di posti di lavoro nelle attività produttive e nel terziario e soprattutto laddove si è consentita una concentrazione di servizi di livello provinciale e regionale.
Per questi motivi il territorio è sottoposto ad un continuo processo di trasformazione e il rapido consumo dello spazio fisico si identifica con un generalizzato deterioramento della qualità della vita.
Viabilità e trasporti
La laguna di S. Gilla si è trasformato con il passare degli anni, in seguito alle mutate esigenze, da via di trasporto principale (i Contivecchi nel 1927 lo utilizzavano per il trasporto del sale) a elemento di disturbo per l’evolversi della viabilità su strada.
Nell’ultimo secolo è aumentata la presenza dell’uomo a ridosso della laguna, sono aumentate le esigenze di mobilità, il che ha comportato la necessità di adeguate infrastrutture di comunicazione. Solo negli ultimi decenni sono sorte esigenze di salvaguardia ambientale poiché l’Italia si è posta il problema del patrimonio naturalistico e dei suoi rapporti con l’ambiente circostante con notevole ritardo, inoltre gli strumenti di piano spesso hanno generato confusione e difficoltà all’azione amministrativa portando alla situazione attuale.
Esaminiamo e individuiamo quindi gli interventi infrastrutturali che hanno alterato la morfologia della laguna di S. Gilla.
Strade di grande comunicazione
La SS. 131 è l’arteria stradale più importante della Sardegna. Si sviluppa lungo tutta la regione collegando Sassari a Cagliari e permettendo lo spostamento di un gran numero di persone, residenti nella
conurbazione di Cagliari, verso i luoghi di lavoro, accentrati prevalentemente nel capoluogo.
La SS. 130 è importante per il collegamento di Cagliari al sulcis-iglesiente, è tangente all’area della laguna e serve i comuni dell’hinterland cagliaritano quali Elmas, Assemini e Decimomannu. La variante realizzata nel ’90 consente il collegamento con l’area del porto canale.
La SS. 195 è la principale strada di comunicazione per la zona sud-occidentale dell’isola, sorta sull’antica Cagliari-Nora risalente al periodo romano. Collega i comuni di Sarroch, Pula e Teulada. E’ caratterizzata prevalentemente da un traffico pesante a causa della presenza a Sarroch della raffineria della Saras, inoltre nel periodo estivo è soggetta a un intenso traffico veicolare per la presenza di numerose località balneari. La recente variante realizzata contestualmente al porto canale ha interrotto il vecchio tracciato in località Giorgino, per svilupparsi in una grande circonconvallazione dell’area portuale che si innesta al ponte della Scaffa in Cagliari.
Strade nell’area industriale Macchiareddu-Grogastu (CASIC)
Il CASIC per favorire la scelta degli imprenditori a stabilire le loro attività a Macchiareddu ha rivolto la sua attenzione alle infrastrutture, costruendo a Macchiareddu-Grogastu 15 km di strade che si snodano attorno ad una dorsale a quattro corsie che attraversa tutto l’agglomerato riunendosi all’altezza di Assemini con la pedemontana del Cixerri e assicurando il collegamento con la zona industriale di Cagliari e il sulcis-iglesiente. Queste arterie percorribili dal traffico pesante sono tali da consentire la valorizzazione dell’intera superficie dell’agglomerato naturalmente secondo un’ottica di tipo industriale. Esse servono anche l’area delle saline.

Ferrovia
La comunicazione ferroviaria nella zona meridionale della Sardegna utilizza il tratto a doppio binario di recente costruzione tra Decimo e Cagliari (con possibilità di innesto diretto nell’area portuale).
La stazione di maggior interesse risulta quella di Elmas in quanto dotata di ampi spazi per lo stoccaggio delle merci.
Per quanto riguarda il collegamento col porto canale è previsto un passante ferroviario diretto, fra il complesso portuale e la stazione di smistamento merci di Elmas.
Aeroporto
L’aeroporto di Cagliari-Elmas si trova interamente nel territorio di Elmas. La pista aeroportuale si estende completamente sulla laguna di S. Gilla e costituisce indubbiamente un grosso vincolo per la stessa (distanze demaniali da rispettare, rumorosità dei jet).
L’area aeroportuale è interessata da un elevato traffico fra l’isola e la penisola che è prevalentemente di tipo passeggeri e di servizio.
Porto
Il porto commerciale posto nel centro della città di Cagliari è di vitale importanza per il sud dell’isola per quanto riguarda il traffico passeggeri e il traffico merci.
Dal centro della città si dipartono le tre grandi vie di comunicazione prima elencate quali la SS. 131, la SS. 130, la SS. 195 e inoltre la SS. 125 (orientale sarda) e la strada provinciale per Villasimius, per cui è facile comprendere la posizione strategica del porto rispetto al resto dell’isola.
Porto canale
E’ il porto industriale di Cagliari, situato a ridosso del porto commerciale dove precedentemente esisteva lo sbocco naturale dello stagno nel mare. E’ costituito da ampi lotti con infrastrutture e servizi , 1500 m di banchine e ampi piazzali (circa 300 ettari), che per estensione e fruibilità gli attribuiscono una importanza di livello intercontinentale.
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’idea di un porto canale nel sud della Sardegna, nella zona compresa tra la laguna di S. Gilla e la città di Cagliari, maturò negli anni '60.
Il suo progetto, senza dubbio ambizioso, era per altro giustificabile dalla situazione del trasporto navale nel mediterraneo.
La rotta su cui si verificava il maggior traffico mercantile era la Suez-Gibilterra, distante appena 65 miglia da Cagliari, e non era certo una utopia pensare di poter fare del porto di Cagliari il centro del traffico navale mediterraneo.
Era il periodo in cui si imponeva nel trasporto merci l'uso del container, sistema di trasporto molto agile in quanto adattabile alla transazione su strada, ferrovia e mare.

I porti del sud Europa non erano ancora attrezzati per questo nuovo sistema di trasporto e si pensò così di costruire a Cagliari un porto con capacità di carico di 1200 containers, in grado di ospitare navi transoceaniche.
Strategicamente il progetto era perfetto ma, purtroppo, non è stato realizzato tempestivamente e, nel frattempo, la situazione del traffico navale del mediterraneo è cambiata.
Negli anni '70 e '80 il C.A.S.I.C. ha realizzato solo una parte dei lavori previsti per la costruzione del porto. Intanto nel 1978 la laguna di S. Gilla è stata inserita tra le aree umide di interesse europeo dalla commissione di Ramsar e contemporaneamente comincia a diffondersi una cultura dell'ambiente con conseguente presa di coscienza dell'importanza del patrimonio ecologico sito a pochi passi da casa nostra, per altro in quegli anni fortemente inquinato.
Vengono pertanto intraprese delle opere di bonifica e nel '92 le analisi stabiliscono che la laguna non è più inquinata e viene riaperta la pesca. Intanto è trascorso parecchio tempo e, col porto canale non ancora ultimato, la realtà del traffico navale nel mediterraneo è cambiata notevolmente. In questi anni molti porti del mediterraneo si sono affermati, primo fra tutti lo scalo di Marsiglia-Fos e, in Italia, i porti di Genova, Napoli e Livorno e in ultimo Gioia Tauro (realizzato in tempi record) tutti in grado di ospitare navi di grosse dimensioni.
Inoltre il trasporto merci navale, unitamente a quello ferroviario, a causa della sua inefficienza ha ceduto il passo al trasporto su strada, il che ha dirottato una gran parte del traffico navale verso i porti del nord Europa, primi fra tutti Rotterdam, Amburgo e Anversa.
Con l’installazione delle grandi gru lungo le banchine del porto avvenuta nei primi mesi del 2000, l’opera può dirsi conclusa: sarebbe dovuta essere terminata in 4 anni, ne sono stati impiegati 23.
Da questo quadro si evince come i progetti e le ambizioni che avevano accompagnato l'idea del porto canale abbiano dovuto essere notevolmente ridimensionati. Quindi oggi ci si trova davanti al problema di come gestire questa struttura e di come inserirla nella realtà attuale.
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Gli ambienti umidi in generale e quelli della Sardegna in particolare si sono da sempre imposti all'attenzione dell'uomo: una volta, visti come ambienti improduttivi e malsani, venivano bonificati; ora, come ecosistemi ad elevata produttività ma soprattutto come luoghi di nidificazione e di sosta per gli uccelli acquatici, vengono valorizzati e protetti.
Ormai da vari anni la dizione "zone umide" ha assunto una sempre maggiore importanza. Si tratta infatti di ambienti quali stagni, lagune, laghi, sia costieri che interni, paludi, acquitrini, foci fluviali, dotati sempre di notevole valore economico, in quanto sedi di pesca professionale, di impianti salinari, di attività turistiche, ricreative, culturali.
Questi valori, in Sardegna ed altrove in Italia, vengono apprezzati solo da poco tempo. Fino a qualche decennio fa’ stagni e soprattutto paludi ed acquitrini erano guardati con timore oppure non considerati affatto. Occorre d'altra parte ricordare che il flagello della malaria costituiva proprio in Sardegna, fin dai secoli passati, un problema di acuta gravità. Anche per tale motivo si prosciugarono ovunque nel nostro paese grandi superfici di ambienti umidi, ottenendo così estese aree da coltivare, preziose in quegli anni. Nell'isola si ebbero importanti ed estese bonifiche, in particolare quella del comprensorio di Arborea.
Classificazione delle zone umide
Esistono diverse classificazione delle zone umide, sia a livello internazionale che nazionale.
La prima classificazione proposta in sede internazionale fu quella redatta dagli esperti dell'UICN (unione internazionale per la conservazione della natura) nell'ambito del Projet Mar del 1965, piuttosto semplice, con otto tipologie, ma appare da tempo decisamente superata.
Un'altra classificazione, più dettagliata e forse più aderente alle situazioni del mediterraneo, venne proposta nel 1972 dal Ministero Agricoltura e Foreste, Direzione Bonifiche, ma anch'essa non appare più attuale.
La classificazione oggi da seguire, già adottata in tutta l'Europa ed in molti altri paesi extraeuropei, risulta quella dettata dal benemerito IWRB (ufficio internazionale per le ricerche sugli uccelli acquatici), promotore della convenzione di Ramsar; tale ente è da considerare la maggiore organizzazione esistente nel mondo per lo studio e la tutela delle zone umide.
La convenzione internazionale di Ramsar
Il 2 febbraio 1971 rappresenta una data fondamentale per la conservazione delle zone umide in gran parte del mondo: a Ramsar (Iran), su iniziativa del IWRB (ufficio internazionale per le ricerche sugli uccelli acquatici), e con l'appoggio sia di associazioni protezionistiche come l'UICN, sia di gruppi di cacciatori economicamente importanti, venne firmata una convenzione per la tutela di questi particolari ambienti, già allora in pericolo per le continue bonifiche ed inquinamenti.
Interventi di tutela nella laguna di Santa Gilla
Nonostante la notevole importanza per i molteplici aspetti sia dal punto di vista faunistico, botanico, paesaggistico e così via, e benché esistesse un vincolo paesistico dal 1939 (legge 24.6.1939, n. 1497), si cominciò a parlare di tutela della laguna nel non lontano 1965 quando fu inclusa in una lista di zone umide meritevoli di protezione, il famoso Projet Mar, a cura dell'I.W.R.B. (international waterfowl research bureau) e del C.I.P.U. (consiglio internazionale protezione uccelli).
Nel 1967 la zona di la Plaja con D.M. Veniva dichiarata di notevole interesse pubblico. Nel 1969 il Cnr incluse S. Gilla fra i biotopi da salvare. Nel 1977 con l'entrata in vigore per l'Italia della convenzione di Ramsar ne è stata riconosciuta l'importanza internazionale.
Nel 1978 infine, con l'entrata in vigore della legge Reg. N. 32, che disciplina l'attività venatoria nell'isola, venne istituita un'oasi di protezione faunistica.
Nello stesso anno la perimetrazione RAMSAR viene modificata e ridimensionata con l'esclusione di 257 ettari di laguna, a causa del progetto relativo al porto-canale. Il decreto di approvazione è del 20 maggio 1978.
Il primo stralcio del programma del porto-canale ha visto utilizzati 579 ettari per strutture portuali e 287 ettari per infrastrutture, ma il consorzio industriale accorda una compensazione delle aree espropriate alla società Conti-Vecchi, con una donazione di 360 ettari di vasche evaporanti attrezzate. Questa nuova perimetrazione viene approvata con decreto del Ministero Agricoltura e Foreste il 30 settembre 1980.
La legge regionale 7.6.1989 n.31, definisce le zone di interesse naturalistico. Successivamente, il 22 dicembre dello stesso anno, con la L.R. N.45, vengono definite le ‘’norme per l'uso e la tutela del territorio regionale’’.
Prima che il piano territoriale paesistico n.11 del Marganai diventasse esecutivo col DPGR n.276 del 6 agosto 1993, la L.R. N.45/89, ha subito numerose modifiche normative, che di volta in volta hanno innovato l'originario disegno della stessa.
Alcune delle previsioni del P.T.P. del Marganai sono però illegittime. Infatti, nel perimetro interessato dal piano del Marganai è ubicata una delle aree umide più importanti d'Europa, comprendente la laguna di S. Gilla e le limitrofe saline di Macchiareddu. L'intero comparto rientra tra le aree tutelate ai sensi del DPR 13.3.1976 n. 448, che ha dato esecuzione in Italia alla convenzione internazionale di RAMSAR. Il decreto che ha esteso la tutela all'area umida sopra elencata, è pubblicato sulla G.U. N. 291 del 25.10.1977.
In virtù dell'art. 10, comma 1. Lett. C della L.R. 45/1989, i piani devono distinguere tre livelli di intervento:
· le aree di conservazione integrale (zone di tutela "1" del piano);
· quelle in cui sono ammessi interventi di trasformazione (zone "2");
· le aree in cui sono necessari interventi di recupero e restauro ambientale (zone "3").
In tutti i casi, secondo l'art. 10 bis, comma 1, lett. B della L.R. 45/1989, sono dichiarate inedificabili in quanto sottoposte a vincolo di integrale conservazione, tra l'altro, le zone umide protette ai sensi del citato DPR 448/1976.
Il PTP del Marganai, invece ottempera a questa prescrizione per quanto riguarda la sola laguna di S. Gilla, ma destina invece addirittura a zona 2d le saline di Macchiareddu.
Secondo l'art. 21 della normativa di attuazione del PTP del Marganai, pubblicato su BURAS il 19.11.1993, nelle zone contrassegnate con il numero "2d" per le quali "sono ammessi interventi di trasformazione" è possibile in sostanza qualunque intervento residenziale, urbanistico, turistico e produttivo.
Quindi il piano dovrebbe essere rivisto per la parte in cui il PTP classifica le aree in oggetto tra quelle trasformabili, con destinazione "2d".
Inoltre ai sensi dell'art. 10, comma 1, lett. B delle disposizioni di omogeneizzazione (emanate dal consiglio regionale del 13.5.1993), devono essere protette, oltre alle zone umide già protette dalla convenzione di RAMSAR, anche ‘’le immediate adiacenze funzionalmente connesse alla tutela del bene principale’’. Del resto, questa appare l'unica soluzione ragionevole per garantire l'integrale conservazione di un bene: ammettere un intervento produttivo o urbanistico sul confine dello stagno, infatti, pregiudicherebbe senz'altro la risorsa da tutelare.
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Il Progetto Life Natura ‘96 “Gilia”
Il progetto Life Natura denominato “Gilia” è nato ufficialmente su una proposta dell’Assessorato della Difesa dell’Ambiente nei primi mesi del 1996 ed ha visto protagonisti i comuni di Elmas, Assemni, Cagliari e Capoterra.
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Obiettivo del progetto è stato quello di realizzare un modello per il monitoraggio integrato delle risorse naturali presenti nel sito di Santa Gilla, definito di interesse comunitario (SIC), in seguito alla Direttiva 92/43 “Habitat”, per la presenza di specie prioritarie di flora, fauna ed habitat che la stessa direttiva individuava. A questo scopo è stato indispensabile dotarsi di strumenti adeguati, supportati da metodiche e dati su base scientifica che hanno costituito un importante banco di prova per gli specialisti coinvolti. Infatti l’integrazione delle diverse discipline e delle relative esigenze scientifiche hanno rappresentato non solo una necessita’ per i risultati attesi, ma anche un vincolo in relazione agli obiettivi posti alla base del progetto.
Con un finanziamento di 5 miliardi (suddivisi al 50% tra Comunità Europea e Regione) il progetto sta sviluppando il suo programma di salvaguardia e controllo dello stato di salute della laguna. Gli esperti sperano che a ciò possa fare seguito il coordinamento degli interventi pubblici e privati previsti.
I fenicotteri di Santa Gilla
Dopo diversi tentativi di nidificazione registrati in anni passati, nel 1999 una colonia di circa 800 coppie di fenicotteri ha scelto per riprodursi le saline di Macchiareddu, in prossimità dell’isola Ischeras posta nel mezzo dei bacini evaporanti.
Nell’ambito del Progetto Life Natura “Gilia” e con la preziosa collaborazione dell’Assessorato Difesa dell’Ambiente della Regione Autonoma della Sardegna e dell’Enichem, il 7 agosto è stata realizzata una campagna di inanellamento che ha visti coinvolti 70 esperti e naturalisti tra cui i volontari dell’Associazione Parco Molentargius, ricercatori dell’Istituto Nazionale della Fauna Selvatica di Bologna e della Station Biologique de la Tour du Valat (Francia), pescatori di Capoterra e Assemini. Sono stati marcati circa 200 pulli con fascette rosse in pvc ed anelli di metallo (applicati negli arti inferiori), recanti codici leggibili anche a distanza, che consentiranno di studiare gli spostamenti e la biologia degli animali.
L’attività ittica
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attività ittica si è protratta senza sostanziali modifiche nella laguna fino al 1920, quando la bonifica dei Conti-Vecchi portò alla trasformazione in saline della parte di laguna compresa fra capo Cabunastasiu e Tanca Nissa (stagno di Capoterra).
L’impatto di questa trasformazione è stato, oltre alla sottrazione di area lagunare, quello di aver aumentato sensibilmente il traffico delle zone limitrofe, attirando verso la laguna l’attenzione di popolazioni (soprattutto Asseminesi) fino a quel momento dediti prevalentemente alla caccia, alla agricoltura e alla pastorizia.
Inizia così una intensa attività ittica che porterà la laguna di Santa Gilla ad essere considerata una delle più pescose d’Europa. L’attività ittica produceva mediamente 17000 q.li annui fra specie pregiate come spigole, orate, cefali, mormore, ghiozzi, sogliole, anguille, e specie minori come tinche e carpe ( in dialetto “boga” e “pisci nou” ), senza contare le migliaia di q.li di molluschi (is cocciulas) rastrellati dagli arsellari.
In questo periodo ( 1930 ) sono circa 500 le famiglie (alcune riunite in consorzio) che vivono delle risorse della laguna. Tutta la famiglia era impegnata nell’attività: gli uomini rimanevano l’intera settimana in barca a pescare,
mentre le donne si occupavano della costruzione delle nasse e della vendita del pescato.
Alla fine degli anni ‘50 vengono impiantate sulla riva a N.O. le prime industrie chimiche, molti pescatori abbandonano l’attività per entrare a far parte del nuovo, e molto promettente, settore; in questi anni la produzione ittica diminuisce del 50% (circa 8500 q.li annui ).
Agli inizi degli anni ‘70, soprattutto a causa degli scarichi inquinanti delle varie industrie che scoraggiava l’acquisto del pescato, la produzione si riduce ai minimi termini (circa 700 q.li). Nei pressi degli scarichi industriali viene riscontrata la presenza di ammoniaca libera, cromo, piombo, cianuri, fenoli e soprattutto mercurio, quest’ultimo rinvenuto in quantità allarmanti su campioni di ittiofauna e ornitofauna con percentuali di gran lunga superiori ai limiti di legge. Nel 1974 la capitaneria di porto vietava la pesca nella laguna per l’alto tasso di inquinamento delle acque, causa del propagarsi di epidemie di colera e salmonellosi. Nonostante il divieto imposto lo stagno ha continuato ad essere frequentato da pescatori non più di professione anzi, con la crisi del comparto chimico, c’è stato un sostanziale ritorno alle risorse della laguna da parte degli ex pescatori (ora cassintegrati).
Altro fattore negativo di questi ultimi anni è stato l’imbrigliamento in canali sfocianti oltre punta manna dei rii Mannu e Cixerri. Questa operazione ha stravolto l’equilibrio della zona nord della laguna, infatti, eliminando l’apporto di acqua dolce si è aumentata notevolmente la salinità con conseguente distruzione della vegetazione tipica che costituiva l’habitat di varie specie tra cui anguille, tinca, carpa, pollo sultano ecc.
Nel febbraio del ‘94 un decreto regionale affida (discrezionalmente) la gestione dell’attività ittica in laguna alla cooperativa di pescatori “La peschereccia”, suscitando tempestose reazioni da parte dei pescatori rimasti esclusi. Il decreto viene motivato come <<una giusta misura per allontanare definitivamente da Santa Gilla gli abusivi>>. Scrive B. Montis :<<l’assessorato all’ambiente ha concesso alla peschereccia di Cagliari l’autorizzazione alla pratica della pesca nelle acque di Santa Gilla sulla base di criteri discutibili. Il decreto appare di scarso contenuto sociale, limita a pochi l’utilizzo del bene pubblico a fini produttivi, discrimina le cooperative di Assemini, nella cui giurisdizione cade circa l’80% dell’estensione dello stagno, pur essendo le cooperative stesse in possesso dei requisiti per la pratica della pesca>>. Per Montis <<l’annullamento del decreto potrebbe consentire finalmente la trasparenza nelle nuove concessioni e la legittima partecipazione delle diverse forze produttive del settore in vista di nuove norme disciplinari e di regolamentazione dell’attività di pesca nello stagno>>.
Strumenti e tecniche di pesca
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Abile pescatore asseminese cattura un muggine con la fiocina. Foto anni ’50 (per gentile concessione fam. Sanna) |
La barca è lo strumento più importante per l’attività del pescatore lagunare, per un’intera settimana rappresenta la sua casa; in barca si lavora, si mangia, si riposa. La sua costruzione era affidata a specialisti (oggi pressoché scomparsi) che forgiavano imbarcazioni su misura utilizzando tavole di abete, in grado di rispondere alle diverse esigenze tecniche dei pescatori.
Forma e dimensioni delle imbarcazioni non sono cambiate negli anni, anche la denominazione è sempre la stessa: “su ciu”, nome che indica una piccola barca scoperta e piatta. Ne esistono di due tipi: nelle zone a basso fondale veniva utilizzata una imbarcazione avente dimensioni 120x400 cm (“sa brigadedda”), mentre nelle zone a fondale alto ( oltre i 2 metri ) situate al centro della laguna veniva utilizzata una barca di dimensioni 150x600 cm (“sa varca”), oppure imbarcazioni a chiglia “su buzzu”.
Piuttosto varie sono le tecniche di pesca utilizzate in funzione principalmente del tipo di specie ittica da pescare e del tipo di fondale e vegetazione che di volta in volta si presentano. La presenza di alcuni particolari tipi di vegetazione (“ranas”, “arruaxia”, “cuppetta” e altre) permetteva al pescatore esperto di capire che tipo di pesce poteva ivi trovare, non solo, osservando attentamente le condizioni esteriori (colore, forma, marcita) di questa vegetazione riusciva ad individuare il periodo ottimale per la pesca.
Vediamo ora più nel dettaglio le varie tecniche di pesca utilizzate, tenendo presente che ogni pescatore poteva attingere dal proprio bagaglio di esperienze un gran numero di varianti tecniche.

A nasse
La nassa è una rete a maglia stretta chiusa a cilindro avente una estremità chiusa e l’altra (ingresso) a forma di imbuto rivolto verso l’interno (diaframma a gola di lupo) in modo da impedire l’uscita della preda, attirata verso l’interno mediante esca o “fraghiggiu” (gamberetti, polpa di granchio, pezzetti di anguilla, ecc.). La nassa può avere dimensione variabile da 4-5 kg (brazillonis) ad alcune decine di kg, e viene utilizzata (appoggiandola con l’asse parallelo al fondale) sia per procurare l’esca sia per pescare anguille e ghiozzi.

Is caseddas
Una tecnica particolare che prevede l’uso delle nasse è quella utilizzata ne “is caseddas”, ossia delle zone in prossimità di canneti e battigie che vengono recintate con arginelli di terra, lasciando un tratto aperto per consentire l’ingresso dei pesci. Nel periodo di settembre, con l’alta marea, varie specie ittiche si avvicinano alla battigia per nutrirsi di vermetti (“trimuliggioni”); con la bassa marea i pesci si allontanano e cercano di uscire da is caseddas, uscita che però trovano ostruita da una serie di nasse disposte dal pescatore.
A lampada e fiocina (a farcai)
Questo tipo di pesca con fiocina, lunga 3m e con 13 punte, veniva praticata dalla tarda serata alle prime luci dell’alba perché con l’oscurità il pesce è meno vivace e tende ad adagiarsi sul fondo. Disponendo di una luce sulla prora della barca era possibile illuminare il fondale e, individuata la preda, lanciare la fiocina. Anticamente la luce si otteneva bruciando legname su una graticola disposta a sbalzo sulla prora, dopodiché si è passati alle lampade a petrolio e a gas (sulle barche venivano caricati dei serbatoi con 4-5 kg di gas che alimentavano un lampioncino a 4 ugelli).
A trimaglio
E’ un sistema di pesca che utilizza una tripla rete (trimaglio) avente maglia rispettivamente di 10cm / 2cm / 10cm. Le tre reti sono legate fra loro superiormente ed inferiormente, e sono rese verticali (a parete) da zavorre e galleggianti. Il pesce che attraversa la maglia da 10cm viene bloccato dalla successiva di 2cm e, mentre cerca di tornare indietro, rimane imbrigliato tra le due reti. Si osservi che la maglia piccola consente comunque il passaggio del novellame, in modo da non alterare i delicati equilibri della popolazione ittica. Con questa tecnica venivano pescate le specie più pregiate come spigole, orate, cefali.
A canne
E’ il sistema di pesca più semplice in assoluto e, per questo, molto utilizzato in passato. Un filo di circa 1,5m (anticamente di cotone o iuta, successivamente di nylon) viene legato alla estremità superiore di una canna conficcata sul fondale, alla estremità del filo si dispongono gli ami escati. Nel periodo estivo, per evitare che l’esca venga divorata dai granchi, si fissano al filo dei galleggianti in sughero in modo da tenerlo distaccato dal fondale. I vecchi pescatori raccontano di aver visto i granchi arrampicarsi fin sulla cima della canna per poi lasciarsi planare dall’acqua sull’esca.

A palamito
Simile al sistema di pesca precedente, il palamito consiste in uno spago lungo fino ad 500m (sagola, trave) tenuto ancorato al fondo da una serie di zavorre. Sulla sagola vengono legati a distanze da 2 a 4m dei fili (braccioli) lunghi circa 1m, aventi alle estremità degli ami escati. Nell’operazione di pesca i braccioli si aggrovigliano con la sagola, il che rende necessario, per il successivo utilizzo del sistema, lunghe operazioni di sgroviglio (strobeddu). Le esche possono essere disposte a pelo d’acqua, a mezz’acqua o a fondo, a seconda della specie ittica da pescare.
A bertavelli (matavelli)
Negli anni ‘50 viene introdotta la tecnica dei bertavelli, ossia impianti praticamente fissi, formati da due reti convergenti di 20-30 m sostenute da paletti e toccanti il fondo con il lembo inferiore. I pesci sono quindi costretti a seguire la rete finché si imbattono nell’apertura centrale che immette in un lungo cono, sempre di rete, mantenuto allargato da cerchi di legno, interrotto da diaframmi a bocca di lupo per formare diverse camere, l’ultima delle quali è denominata “camera della morte”.
Spesso le maglie di tali attrezzi non hanno la misura stabilita per legge per i periodi febbraio-luglio e luglio-gennaio, quindi viene intercettato e sterminato anche il novellame.
A sciabica (bobiggiu)
Consiste nel disporre a cerchio una rete lunga fino a 1km, che viene successivamente issata a bordo con operazioni a strascico. Pur essendo vietata dalla legge veniva praticata in laguna. Questo tipo di pesca non è selettiva e ha creato problemi agli stessi pescatori perché, nell’operazione dello strascico, non si fa distinzione fra pesci, novellame, nasse, vegetazione subacquea.
Possibilità’ di sopravvivenza dell’industria della pesca
e provvedimenti necessari
tratto dal quaderno di ricerca “Assemini. territorio e ambiente” ( 1985 )
<<...se il futuro utilizzo della laguna è, come nel passato, l’attività ittica, è necessario rimuovere molteplici fattori negativi quali:
- l’inquinamento, che determina fenomeni di moria e d’insaporamento sulla fauna lagunare. Appare evidente che le acque industriali non dovranno affluirvi se non dopo un efficiente trattamento mediante il quale vengano eliminate le sostanze tossiche. Per quanto riguarda gli scarichi fognari della città di Cagliari, essi dovranno essere allacciati alla rete fognaria principale e avviati al depuratore, mentre quali di Elmas e di Assemini dovranno essere muniti di depuratore ma non allontanati per non privare lo stagno di sostanze nutritive. Controlli accuratissimi sono necessari per individuare l’inquinamento dovuto agli idrocarburi, così come a un più attento controllo dovranno essere sottoposti gli scarichi della termocentrale Enel.
- dolcificazione e insabbiamento: la regolazione dei corsi d’ acqua le opere di bonifica agraria, le modifiche della rete fluviale (es. L’acquisto da parte del Mannu di parte delle acque del Flumendosa) e il maggior uso di acqua in
agricoltura, hanno modificato sostanzialmente la salinità di s. Gilla, che prima di queste modifiche era molto più alta. La conseguenza gravissima è che i pesci pregiati, causa il dissalamento, popolano solo una piccola parte della laguna mentre aumentano le specie meno pregiate (carpa e tinca) che avanzano dai fiumi verso valle. Inoltre i sedimenti del fondo vanno sempre più aumentando e con essi la torbidità delle acque. Una soluzione potrebbe essere quella di immettere una certa quantità di acque dolci nel porto canale e la costruzione di canali subacquei per permettere un più ampio ricambio marino.
-pesca irrazionale: infatti dai risultati della ricerca appare chiaro che nella laguna regna disordine, indisciplinatezza e irrazionalità di sfruttamento. Almeno il sistema di pesca con reti a strascico e i bertavelli devono essere aboliti. Inoltre occorre individuare un’ ampia zona di divieto di pesca ( da modificare ogni anno ) dei molluschi selvatici (mitili, ecc.) affinché gli esemplari in essa presenti possano ripopolare la laguna. Tutti i molluschi dovranno essere venduti solo dopo essere stati stabulati a causa della intensa presenza di batteri.
Tutte queste migliorie potranno servire ad attenuare la sofferenza della laguna e migliorare qualitativamente e quantitativamente la produzione ittica.
In conclusione si ribadisce che la laguna può e deve essere salvata, la situazione attuale è critica ma non irreversibile, il porto canale, per quanto non favorevole alla laguna, potrebbe tuttavia conviverci, purché vengano prese tutte le precauzioni e adottati gli accorgimenti atti a garantire una adeguata sicurezza ambientale.>>
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DA PALUDE A OASI
Il recupero ambientale delle zone umide
Le zone umide, un tempo molto diffuse nel nostro Paese, per molti secoli sono state considerate malsane e improduttive, oggi sono state quasi completamente cancellate da grandi opere di bonifica. Allontanato lo spettro della malaria, la nuova cultura ambientalista ha portato alla rivalutazione di queste aree, considerate un patrimonio naturale prezioso, per le numerose specie vegetali e animali che vi trovano rifugio.
I programmi di salvaguardia seguono due direzioni:
-programma di conservazione, come quello attuato a Bolgheri, nella costa toscana, dove è stato creato un importante rifugio faunistico
-creazione ex novo di un ambiente palustre, come si è operato a Torrile, nella Bassa Parmense, dove in pratica un intero ecosistema è stato ricreato dall’uomo.
Solo da pochi anni si comincia a rivolgere un’attenzione crescente alle emergenze ecologiche, sulla spinta di una sempre maggiore e diffusa “esigenza” di natura. Fra i diversi aspetti di una problematica indubbiamente complessa, una posizione di primo piano è occupata dalle aree palustri, le cosiddette “zone umide”.
Le paludi infatti, che hanno continuato ad essere bonificate ancora negli anni Settanta, proseguendo con ostinazione una opera iniziata da molti secoli, rappresentano uno degli esempi più drammatici della distruzione della natura in Italia. Ma proprio dalle paludi, che oggi guardiamo con nuovo interesse e tentiamo di recuperare, vengono confortanti segnali per il nostro futuro ambientale.
Nell’antichità il paesaggio della penisola era largamente caratterizzato da coste basse, soggette a periodiche inondazioni, da pianure acquitrinose, da laghi, paludi e stagni litoranei. Ben presto tali “zone umide”, considerate aree inutili e improduttive, cominciarono a essere prosciugate. Volsci, Etruschi, Romani, in successione, effettuarono grandi campagne di bonifica; dopo una certa tregua nel Medioevo, sia i Pontefici sia le famiglie regnanti (Borboni, Estensi, Granduchi di Toscana) proseguirono nelle opere di regimazione idraulica, “aggredendo” la Maremma tosco-laziale, il Mezzogiorno, il Ferrarese. Nel secolo scorso il problema della malaria, aggiungendosi alla fame di nuove terre da coltivare, fornì un valido elemento in più per continuare la lotta ad un ambiente, come quello palustre, da sempre considerato portatore di malattie.
La malaria, allora endemica nel nostro Paese, mostrava periodiche fasi di recrudescenza (fino al 1885 si contavano circa 15.000 morti all’anno). L’individuazione degli organismi responsabili della malattia e la scoperta, da parte dello zoologo G.B. Grassi, del ruolo chiave delle zanzare del genere Anopheles nella sua diffusione, furono determinanti nella definitiva condanna delle paludi. Successivamente durante il ventennio fascista, le bonifiche diventarono addirittura uno strumento della propaganda di regime. Nel dopoguerra la vittoria sulla malaria e il progressivo abbandono della agricoltura eliminarono ogni motivazione di ordine sanitario ed economico, ma un’arretrata coscienza ambientale e una insensata gestione del territorio hanno spinto a prosciugare quasi tutto quel che rimaneva.
Si è quindi “ridisegnata” la geografia di molte nostre regioni, si sono incrinati o distrutti delicati equilibri biologici, provocando effetti climatici e idrologici negativi. Oltretutto si sono perse preziose riserve d’acqua, e i terreni bonificati non si sono rivelati così fertili come si sperava. Paradossalmente anche la malaria, forse un po' troppo frettolosamente relegata nella storia della medicina, è ricomparsa recentemente in Italia come “malattia di importazione” a causa dei sempre più frequenti viaggi nelle zone tropicali dove essa è ancora endemica.
Oggi abbiamo solo circa 200.000 ettari di “zone umide” (dei quali 50.000 dichiarati di interesse internazionale): pur nella loro limitata estensione e nella frammentarietà
della loro distribuzione geografica, sono importantissimi “reperti archeologici”, preziose testimonianze di un ambiente bellissimo, eternamente sospeso tra terra ed acqua, ricco di vita animale e vegetale, forse il più ricco che si potesse ammirare nel nostro Paese.
Nonostante l’attuale drastico ridimensionamento, le paludi forniscono ancora l’opportunità di osservare specie autenticamente selvatiche: poste su una delle principali direttrici migratorie fra Nord-Europa e Africa sono una importante “stazione” di sosta o di svernamento per molti uccelli acquatici.
A primavera, nelle giornate di scirocco, le marzaiole arrivano dal mare sulle coste maremmane annunciando la stagione della migrazione. In autunno nelle zone salmastre la salicornia si “accende” di rosso e ritornano numerosissimi i limicoli dalle loro terre artiche di nidificazione. Nelle Valli Venete, in inverno, anatre e folaghe sfidano la morsa del gelo, mentre negli stagni sardi i fenicotteri “danno spettacolo” con i loro decolli tinti di rosa.
Anche se in ritardo, si è capito anche in Italia la grande importanza delle “zone umide” e oggi una buona parte di quanto rimane gode di protezione.
Ecco alcuni esempi:
L’ Oasi di Bolgheri, sulla costa toscana, con i suoi circa 500 ettari di natura intatta, fa parte di una “catena” di rifugi faunistici. Questi rifugi, costituiti recentemente in Italia sull’esempio straniero, sono gestiti da WWF, LIPU o da altri enti, consorzi o associazioni. L’Oasi di Bolgheri, nata negli anni Sessanta, ha avuto un ruolo guida ed è stata di esempio nel processo di conservazione e valorizzazione delle paludi. I vecchi capanni da caccia furono trasformati in confortevoli postazioni per l’osservazione della fauna, vennero realizzati camminamenti celati nei canneti, si curò il regime delle acque, fu radicalmente mutato l’utilizzo di questo splendido angolo di Maremma. Venne così preservata quella continuità del paesaggio costiero altrove irrimediabilmente cancellata dalla speculazione edilizia: si salvarono la spiaggia e le tenaci piante pioniere impegnate a consolidare il terreno, la duna “colonizzata” dai ginepri e dai lentischi deformati dal vento, l’alta e folta macchia mediterranea, la pineta e i cerri secolari, lo stagno retrodunale. Si salvò infine la preziosa foresta igrofila, una volta estesa dalla Toscana al Meridione, costituita dai grandi olmi e frassini emergenti dalle acque.
Ma se Borghieri rappresenta un significativo esempio di conservazione, ancor più rivoluzionario e in netta antitesi con le scelte passate, appare quanto realizzato dalla LIPU a Torrile, nella Bassa Parmense. Ci troviamo di fronte a una vera e propria “costruzione ex novo” di un ambiente, la prima di questo genere in Italia. Vediamo ribaltato il vecchio rapporto uomo-palude: oggi non solo non si bonifica più, ma si comincia a sentire l’esigenza del tutto opposta, e cioè quella di creare nuove “zone umide”. E a Torrile infatti un comune campo coltivato a mais è diventato una palude. In un paesaggio piuttosto anonimo, a pochi chilometri dalla città e, per di più, in stretta contiguità ad un impianto industriale, si è creato un invaso con diverse profondità per attirare le varie specie di volatili. Sono stati costruiti isolotti utili per le nidificazioni, sono stati realizzati canneti e zone a bosco con tipiche essenze di pianura (salici,pioppi,ontani), sono state immesse ninfee e altre piante acquatiche. Seguendo un razionale progetto si è “ritagliato” un ecosistema completo ed equilibrato, con al suo interno differenti microhabitat e, quindi, differenti nicchie ecologiche. La colonia nidificante di cavalieri d’ Italia, il gran numero di anatre osservabili durante le migrazioni, l’occasionale presenza del raro falco pescatore sono la prova evidente del successo dell’iniziativa.
Tale iniziativa è non solo utile, ovviamente, per le specie animali, ma ha un notevole rilievo ricreativo e sociale.
L’ostile e malsana palude del passato è diventata una straordinaria aula all’aperto di educazione naturalistica e ambientale. E nelle paludi la nostra coscienza ecologica collettiva può trovare quegli stimoli, quegli elementi di crescita e maturazione oggi necessari affinché si ponga concretamente rimedio al dissesto del Paese.
ZONE UMIDE DELLA SARDEGNA DI IMPORTANZA INTERNAZIONALE
- Saline di Macchiareddu, Stagno di S.Gilla
- Stagno di Molentargius e territori limitrofi
- Stagno di S.Ena Arrubia e territori limitrofi
- Stagno di Cabras
- Peschiera Corru S’Ittiri
- Stagno di San Giovanni e Marceddì
- Stagno Pauli Maiori
- Stagno di Mistras
- Stagno di Sale Porcus
L’AVIFAUNA DI SANTA GILLA
Il monitoraggio dell’avifauna nidificante stagionale riproduttiva viene condotto ogni anno tra la primavera e l’estate, mediante censimenti a conteggio diretto delle coppie nidificanti o sulla base di censimenti standardizzati su percorsi campione.
I censimenti stagionali dell’avifauna acquatica e rapaci vengono effettuati nei mesi di agosto, novembre, gennaio e aprile, rilevando la consistenza numerica dei rapaci e degli uccelli acquatici nell’area di studio costituita dall’areale di Santa Gilla e da alcune zone contermini.
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Cormorano (90cm) Tutto scuro con guance e mento bianchi. In periodo nuziale macchia bianca sui ”calzoni”. |

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Avocetta (42cm) Classico aspetto bianco e nero con lungo becco rivolto all’insù |

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Airone Bianco Maggiore (88 cm) Come la garzetta ma più grande. In inverno becco giallo. |
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Martin Pescatore Caratteristico manto azzurro con petto e ventre rossi. Becco lungo.
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Falco di Palude (48-56 cm. Apertura alare 115/130 cm) Nel maschio contrasto tra copritrici scure e remiganti-coda chiare azzurrate. Femmina più marrone scuro. Testa e margini anteriori dell’ala giallastri. |
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Volpoca (60 cm) Grande con aspetto bianco e nero e fascia marrone rossiaccia che attraversa il il corpo all’altezza del petto. |
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Germano Reale (57 cm) Maschio con capo e collo verde, separato dal petto marrone da un collarino bianco. Femmina marrone con un po’ di azzurro sull’ala e la coda chiara. |
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Alzavola (57cm) Maschio con fascia verde ma con capo marrone scuro. Femmina grigio-marrone. |
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Gallinella d’acqua (32 cm) Più piccola della folaga. Aspetto scuro con stria bianca laterale e sottocoda bianco. Becco e placca sulla fronte rossi. |
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Folaga (37 cm) Tutta nera con placca sulla fronte e becco bianchi. Giovani meno neri. |
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Airone Cenirino (90 cm) Aspetto grigio e grandi dimensioni. Ciuffetto di penne nere sul capo. |
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Garzetta (55 cm) Elegante airone tutto bianco con zampe e becco neri. Piedi gialli. |
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Falco Pescatore |
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Tuffetto (26 cm) Piccolo. Si tuffa sott’acqua per nascondersi. |
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Fenicottero (1.30 mt.) Caratteristico becco ricurvo. In volo: color rosa più visibile, lungo collo esteso. Zampe lunghissime . |
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Gabbiano comune |
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Airone Guardabuoi Tutto bianco, becco corto giallo |
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L’INQUINAMENTO AMBIENTALE
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n fenomeno preoccupante, determinato dall’eccessiva pressione antropica che si verifica ai margini ma anche entro l’area di S. Gilla, è rappresentato dalla presenza, diffusa nel territorio, di numerose discariche abusive.
Si tratta nella maggior parte dei casi, di rifiuti che per qualità e caratteristiche, possono comportare problemi di smaltimento, quali vecchi elettrodomestici, mobili, pneumatici, materiali ferrosi e plastici, contenitori di sostanze chimiche, detriti.
Una certa diseducazione alla tutela ambientale, e l’assenza di un progetto organico che affronti il problema dello smaltimento dei rifiuti a 360 gradi, favoriscono il proliferare di queste discariche, che purtroppo in aree poco presidiate come quelle di S. Gilla, vicine ad insediamenti urbani ed industriali, sono sempre più numerose.
Nella carta (che ahimè potrebbe non essere aggiornata), sono stati individuati i siti più compromessi, comprese le grosse discariche industriali dell’ENICHEM e della SILIUS MINERARIA, nonché i rilevanti cumuli di materiali ferrosi (tubi, pezzi speciali e rottami), abbandonati da anni dalla società a cui venne affidata la bonifica della laguna.

Inquinamento delle acque
In linea generale un corpo idrico viene definito inquinato quando sono intervenuti fatti che ne hanno alterato il suo naturale equilibrio. Le cause dell’inquinamento dei corpi idrici sono diverse poichè diversi sono i tipi di inquinamento
Tra i vari tipi possiamo individuare:
- inquinamento di tipo organico
dovuto principalmente alla presenza di sostanza organica biodegradabile che può provocare la riduzione del tenore d’ossigeno nella zona in cui s’effettua lo scarico con conseguente morte di specie animali e vegetali
- inquinamento di tipo organico
dovuto agli effetti connessi con la presenza di sali di fosforo, azoto ed altri oppure alla presenza di particolari elementi come i metalli pesanti ( mercurio, piombo, cobalto ecc.) che possono avere un’azione tossica sugli organismi
- inquinamento di tipo batterico
dovuto a microrganismi patogeni che, sversati nel corpo idrico ricettore e non controllati rappresentano un pericoloso rischio infettivo
La Regione Sardegna, cui compete la podestà di emanare norme per la tutela dell’ambiente, ha definito, con la legge regionale 1 agosto 1973 n° 16, ciò che costituisce inquinamento dell’acqua.
A differenza della normativa statale questa legge prende in considerazione non gli scarichi in sè, ma il corpo idrico che li riceve e le modificazioni indotte dagli scarichi stessi; infatti secondo questa legge costituisce inquinamento delle acque la “degradazione della loro qualità provocata o accresciuta da ogni scarico, scolo, deposito, immissione diretta o indiretta di materie di qualsiasi natura che abbiano effetti pregiudizievoli per la salute, per la sicurezza pubblica, per l’ittiofauna, per gli usi civili, commerciali industriali o turistici delle acque stesse”.
Il corpo idrico ricettore di scarichi può reagire diversamente a seconda del tipo di inquinante sversato; In questi casi allora il problema è focalizzare la variabilità delle risposte che il corpo idrico ha nei confronti dell’inquinamento in quanto non sempre è consigliabile agire in modo drastico ma in certi casi il problema può diventare trascurabile; tuttavia non bisogna dimenticare che in certe tipologie di scarichi, come quelli contenenti composti tossici, bio accumulabili e persistenti, hanno in ogni caso un effetto deleterio per qualunque corpo idrico variando, eventualmente, solo il tempo in cui si manifesta la risposta nel corpo idrico stesso.
In generale si può affermare che: “nello studio dell’inquinamento, a seconda del corpo idrico ricettore, una determinata tipologia di inquinante assume maggiore importanza rispetto alle altre”.

La salinizzazione dei suoli
L’utilizzazione delle falde acquifere costiere ha conosciuto in questi ultimi anni un incremento notevole, a causa dell’ incremento turistico, con forme imponenti di espansione urbanistica e conseguentemente di un forte incremento della domanda idrica non sempre soddisfatta dagli acquedotti pubblici.
Altre cause del depauperamento delle falde acquifere sono legate alla domanda irrigua per colture fortemente idroesigenti, ma talvolta anche ai diminuiti apporti meteorici, ed alla diminuzione dei deflussi, intercettati dalle dighe di ritenuta. Tale è il caso di importanti corsi d’ acqua come il Flumendosa, il Cedrino, il Posada.
I prelievi non bilanciati degli afflussi determinano lo spostamento verso monte dell’ interfaccia tra l’acqua dolce e quella salata; alla progressiva salinizzazione della falda acquifera consegue la cessione dei sali ai terreni con forte diminuzione della permeabilità. Gli effetti sulle piante sono rappresentati dalla diminuzione del potenziale osmotico e dall’ incremento della concentrazione di certi ioni che manifestano effetti tossici sul metabolismo vegetale.
Il fenomeno interessa vaste aree costiere, come la foce del Picocca, del Flumendosa, del Cedrino (piana di Orosei), del Posada, della foce del Coghinas, del Temo, alcune aree della penisola del Sinis, la foce del Flumini Mannu ad Assemini e le zone costiere di Villasimius.
I TESORI ARCHEOLOGICI DI SANTA GILLA
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a laguna di Santa Gilla e’ nota agli studiosi di antichità puniche per l’eccezionalità delle testimonianze archeologiche che i suoi fondali custodiscono.
I primi ritrovamenti, del tutto occasionali ad opera di pescatori, risalgono al 1869 (testa muliebre in terracotta).
La consistenza dei ritrovamenti successivi portarono ad una campagna di scavo nel 1891 che, interrotta per l’avvicinarsi della stagione fredda, prosegui’ nell’estate del 1892 per completare il recupero dei tanti reperti individuati.
Si trattava di oggetti prevalentemente fittili, che in seguito ad una analisi mineralogica si rivelarono confezionati coi fanghi alluvionali della stessa laguna.
Durante i lavori furono recuperate numerose «maschere umane» o riproducenti «le sembianze di Giove, Esculapio, Apolline o di altre divinità’ maggiori», accompagnate da mani, piedi, protomi di cani, coccodrilli, «draghi» e pantere, e ancora oggetti di uso guotidiano come pentole, brocche, ciotole o «lampadette a due becchi».
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S.Gilla – Testa fittile di divinità femminile (fine V sec. a.c.) |
Accatastate una sull’altra si individuarono anche anfore di grandi dimensioni, alcune delle quali, preservando l’antico contenuto, restituirono ossa macellate di pecora e di bue, o «frutti abbastanza ben conservati quali nocciole e coni di pino».
L’insieme degli oggetti rinvenuti portarono a supporre l’esistenza di «un’antica officina ceramica, la cui ubicazione era determinata dalla presenza dei fanghi adatti a trarre le paste necessarie ed anche dalla favorevole posizione, molto propizia ai trasporti tanto per via terrestre che acquea». L’orizzonte culturale venne fissato in ambito fenicio-punico per i «fittili di uso domestico, e attribuita a maestranze greche o romane la modellazione delle terrecotte relative alle parti del corpo umano e le maschere». Nel 1933 il soprintendente Doro Levi curo’ il recupero di tre nuove terrecotte figurate.
Pochi anni or sono, nel 1987, all’interno del vasto progetto di risanamento della laguna di Santa Gilla, fu predisposto il dragaggio di una parte dei suoi fondali e il problema della presenza di materiale archeologico innesto’ l’inizio di nuove e feconde ricerche affidate alla Soprintendenza di Cagliari e Oristano.Furono individuate due differenti aree, la prima caratterizzata da un cumulo ben definito di anfore accatastate, la seconda, molto vasta, indicata da reperti fittili dislocati in ordine sparso.
Le protomi animali, le mani, le maschere, che la scoperta di matrici avvenute in una localita’ non lontana dalla laguna riconfermava prodotte in loco, furono datate tra il V ed il II sec. a.C., testimoniando la lunga attività delle officine dei coroplasti. Riconducibili al medesimo arco cronologico e sempre in ambito punico erano anche le anforette, gli orcioli, le lucerne bilicni (a due becchi) e i bruciaprofumi a coppe sovrapposte; e ancora le anfore di grandi dimensioni, in alcune delle quali furono rinvenuti animali macellati.
Accanto alle anfore puniche si segnalavano i frammenti di anfore ioniche e corinzie del VI sec. a.C. e quelli di anfore massaliote del IV a.C., che insieme ad un frammento di coppa attica a figure nere (floral band cup del 525-500 a.C.) lasciavano intravedere un quadro di rapporti commerciali di largo respiro.
Sul problema relativo alla dislocazione dei reperti all’interno della laguna gli autori dello studio proposero, in corrispondenza delle zone dove si segnalava una cospicua presenza di materiale archeologico, l’ubicazione di antichi magazzini; in essi sarebbero confluiti i prodotti delle officine che presumibilmente operavano nel vicino retroterra, nella fascia a settentrione della laguna.
L’Assessorato alla Difesa dell’Ambiente finanziò nell’estate del 1991 una seconda campagna di ricerche, indirizzata al recupero del materiale fittile individuato nella laguna senza un preciso contesto archeologico, e dunque riferibile ad una giacitura non originaria.
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S.Gilla – Anfora punica a sacco (V sec. d.c.) |
Il materiale ceramico rinvenuto e’ costituito prevalentemente da anfore a sacco e a siluro di fattura piuttosto modesta. Tra esse si segnalano due anforette del tipo Bartoloni D5, attestate fino a questo momento in ambito prevalentemente funerario. La superficie interna delle anfore e’ quasi sempre impermeabilizzata con della resina. Dato piuttosto interessante e’ la presenza, in alcune di esse, di «bolli» circolari del diametro di 1,5 cm. impressi a rilievo sotto l’attacco inferiore di una delle due anse. Alcuni di essi riproducono motivi frequenti in ambito fenicio-punico, come il crescente lunare associato al disco solare o la palmetta. Tutto il materiale ceramico e’ agevolmente riconducibile ad ambito punico, elemento che conferma i risultati delle precedenti ricerche ed e’ cronologicamente inquadrabile tra il V e il IV sec. a.C.
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Grafica e testi: LEGAMBIENTE circolo il Fenicottero Assemini
Cartografia di supporto: TOURING CLUB ITALIANO
Tavole ornitologiche tratte da: Guida agli uccelli d’Europa – De Agostini
bibliografia:
Ilario Principe : Le città nella storia – Cagliari
A. Cassano – La Sardegna liberata dalla malaria
A. La Marmora: Viaggio in Sardegna
G. Spano: Guida della città e dintorni di Cagliari
Francesco Alziator: I giorni della laguna
F. Cherchi Paba: La repubblica teocratica sarda nell’alto medioevo
Autori vari: S. Igia
F. Frau: Le zone umide della Sardegna
A. Porcu: L’evoluzione degli stagni di Cagliari….
I. Camarda A. Cossu: Biotipi della Sardegna
Autori vari: Assemini storia e società
Autori vari: Santa Gilla tra passato e futuro
Achille Serra: L’industria sul mare
Lorenzo Pazzaglia: Gli inquinamenti in Sardegna
Vico Mossa: Architettura e paesaggio in Sardegna
Associaz.Parco Molentargius: Inventario delle zone umide della Sardegna
Associaz.Parco Molentargius: I valori paesistici del colle Tuvixeddu-Tuvumannu
Soprin.ze Arch. Cagliari e Oristano e Regione Sardegna: Santa Gilla e Marceddì
riviste e quotidiani: L’Unione Sarda, La Nuova Sardegna, Archeologia Viva
Hanno collaborato:
Lucio Angioi
Anna Atzori
Gianluca Di Gioia
Piero Farci
Marco Murenu
Alberto Nioi
Mirella Pillitu
Stefania Pireddu
Pier Luigi Porcu
Stefano Tuveri
Partner: Eco Service Sarda – Servizi Ecologici



